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Gestione Covid-19: Crisi e opportunità

Eccoci qui: tempo di bilancio ora che molti di noi sono tornati a ritmi e impegni un po’ più simili a prima che questa pandemia travolgesse e stravolgesse le nostre abitudini, ritmi, convinzioni, certezze e sicurezze.
E anche a questa “fase” ci dobbiamo adattare… Già, perché
ogni cambiamento richiede un adattamento che stimola e necessita della nostra capacità di cambiare. Richiede risorse e competenze ambientali, economiche, sociali e relazionali, emotive, cognitive, comportamentali…

Il grande Charles Darwin diceva che “non sopravvive la specie più forte, ma quella che ha la maggiore capacità di adattamento”...

Cosa significa adattarsi?

Significa cercare e trovare un equilibrio, costantemente instabile e in divenire, tra assimilazione e accomodamento – come diceva lo psicologo Jean Piaget – ovvero tra cambiare noi per riuscire a stare/meglio nella nuova situazione e modificare la situazione al fine di farla adattare a noi.
Adattamento significa venire a patti, venire incontro al nuovo/esterno, trovare un posto nel nuovo, lasciarsi rinnovare dal cambiamento, prendere atto della (nuova) realtà e cercare di trovare un assestamento che permetta di starci e possibilmente di starci bene.

Un po’ perdendo e modificando delle cose di sé per crearne e svilupparne altre, al fine di un buon/migliore equilibrio individuo-ambiente, individuo-situazione.
L’evoluzione è questo… e richiede questo: un po’ mi adatto cambiando io per vivere in/con ciò che ho intorno, un po’ modifico e cambio ciò che mi circonda affinché si adatti a me.

Ma torniamo al presente…
Siamo ancora chiusi in casa, preoccupati e isolati come i mesi scorsi, tutto è rimasto come “prima” (fase1)?
O siamo tornati in toto alla nostra vita di “prima prima” (pre-Covid), dimentichi di questa “parentesi” e desiderosi di cancellare questo “incubo”? Oppure stiamo tornando a molte cose di prima con le accortezze e le consapevolezze imparate in questo periodo?

Ci distribuiamo lungo un
continuum (zero cambiamenti/alcuni cambiamenti/niente è più come prima) e in generale sta meglio chi riesce a percorrerlo un po’ tutto ma alberga per lo più in un’ampia zona centrale

Tuttavia al di là delle uscite, del distanziamento e dei dispositivi di protezione individuale… abbiamo modificato alcune cose della nostra vita, del nostri impegni, delle nostre priorità?
Abbiamo fatto delle scelte
?
Ci siamo chiesti: cosa continuo, cosa lascio, cosa modifico?
Abbiamo scelto a cosa tornare, cosa tenere e cosa eliminare?
Le famose riflessioni fatte durante la quarantena, le priorità, il “cosa è essenziale”, cosa importante, cosa dubbio, cosa eliminabile, cosa da eliminare… sono finite in fondo ad un cassetto o in un cestino?
O stanno guidando la nostra ripresa?
Stanno ispirando le nostre agende?
Fanno da guard rail alla nostra fase 2 e 3?

Se abbiamo scoperto qualcosa di noi, della nostra vita, delle persone a noi vicine in questi mesi così diversi e “assurdi”… tutto ciò è alle spalle, passato e dimenticato, o lo stiamo usando, coltivando, seminando nel nostro presente? 
È qualcosa da dimenticare anche perché si vuole dimenticare il brutto in cui queste scoperte e riflessioni sono nate e si sta “buttando via il bambino con l’acqua sporca”?
O è qualcosa che ricordiamo, che ci fa fare scelte, rinunce, cambiamenti ora che possiamo tornare un po’ alla volta ad avere più libertà e controllo?

Evoluzione e sopravvivenza

Può succedere di voltare completamente pagina, chiudere una porta per sempre, eliminare un numero di telefono dalla rubrica… ma buttare via il libro?
Cambiare paese?
Cancellare tutta la rubrica?
L’evoluzione e la sopravvivenza richiedono adattamento, ricordate?
Qualcosa tenere, qualcosa modificare, qualcosa perdere o lasciare andare… avendo imparato, facendo tesoro, scegliendo.

Questo significa trasformare una crisi anche in un’opportunità.

Una perdita anche in una ricchezza.
Un lutto anche in una rinascita.
E non perché evitiamo di vedere il negativo, in modo ingenuo e miope, ma perché vogliamo vedere anche il positivo e il nuovo.

L’invito allora è di recuperare quelle note, quegli appunti, quelle riflessioni in cui, avendo quasi azzerato il nostro modo di procedere nei giorni e di pensare al nostro presente, ci siamo chiesti cosa ci mancava, chi e perché, cosa avremmo fatto se avessimo potuto, quale sarebbe stata la prima cosa quando saremmo usciti, con chi avremmo voluto condividere le prima passeggiate e le future serate e confidenze, quali erano le nostre priorità.
E di ricordare quali nuovi o insoliti piccoli e grandi “lussi” stavamo invece vivendo, quali ritmi ci appartenevano ora, da cosa eravamo sollevati di poterci esimere dal fare, cosa stavamo ri/scoprendo con piacere.

E di ripensare che se abbiamo detto
Quante cose il virus ci ha tolto!”… forse ci siamo anche chiesti: Ma quante cose la vita di prima ci aveva tolto?.

Adesso che possiamo reimpostare alcune routine decidendo cosa tenere, cosa lasciare, cosa cambiare… lo stiamo facendo?
Adesso che possiamo decidere se uscire o no, chi frequentare o meno, se leggere un libro o ascoltare musica o andare in palestra… esercitiamo questo potere?
Adesso che possiamo scegliere di più… cosa stiamo scegliendo?

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Stress, impara a gestirlo!

Ti sei mai chiesto quali sono le cause di stress eccessivo? Le cause di un sovraccarico di compiti che supera le risorse a nostra disposizione possono essere varie: fattori ambientali quali eccesso di lavoro, problemi fisici, emotivi o finanziari, esami e responsabilità. Possono anche essere fattori anche positivi quali matrimonio, cambio di lavoro, nascita di un figlio, trasloco. Read moreFrancesca Baggio, psicologa e psicoterapeutaFrancesca Baggio Psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale, si occupa di promozione della salute, di benessere, prevenzione e trattamento.

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Imparare a gestire le emozioni

Nel pezzo precedente abbiamo visto che ogni emozione ha varie componenti – presenti peraltro in tutte le emozioni.
Rivediamo ora i principali “ingredienti” degli stati emotivi e scopriamo qualche modalità per modificare le emozioni andando a lavorare sulle componenti che le caratterizzano.

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Gestione Covid-19: in equilibrio con la paura

Paura, paura, paura… La paura è sicuramente un’emozione che abbiamo vissuto in queste settimane, non certo per la prima volta, ma in modo abbastanza trasversale/universale e per motivi sia soliti e storici sia nuovi e specifici. Proviamo quindi a capire meglio quest’emozione riflettendo su alcune delle sue molteplici sfaccettature…

Intanto precisiamo e distinguiamo, anche se in modo molto sintetico e semplificato: la paura è un’emozione innata, primaria, presente in tutte le persone, i popoli – anche animali, e chissà… piante! – e le epoche.
La paura la proviamo quando viviamo qualcosa come minaccia e pericolo alla nostra incolumità, benessere, vita.
La paura è il timore di qualcosa di chiaro e certo: ho paura dei ragni, ho paura di cadere, ho paura di fare un incidente.

L’ansia è invece “una paura senza oggetto”, nel senso che è un senso di minaccia e pericolo più diffuso, generalizzato, per mille cose o per neanche una di specifico. Ovvero non ci è chiaro cosa temiamo, da quale minaccia vorremmo proteggerci.
Inoltre spesso l’ansia riguarda “qualcosa di futuro”: qualcosa (magari appunto non sappiamo bene cosa) che potrebbe succedere in un più o meno lontano futuro.

Il
panico è uno tsunami immediato, veloce, presente qui e ora – ecco perché si parla di “attacco” di panico – un fulmine a ciel sereno, che sperimento dentro di me, nel corpo, nella mente, nel cuore.
Un senso di esplosione o implosione che sta avvenendo ora in me.
Ciò che temo è quello che sento: le sensazioni così violente che sto vivendo, velocissime ad arrivare (circa 10-20 minuti di picco) e così intense da farmi pensare che sto morendo o impazzendo. La buona notizia è… che non si impazzisce e non si muore, si ha “solo” tanta tantissima paura che accada, si sente che sta accadendo proprio ora: si è insomma certi che è proprio quello ciò che sta avvenendo – la morte o la pazzia – tuttavia non è così…

Distinguiamo anche tra alcuni sintomi del Covid e un attacco di panico: il picco del panico dura 15-20 minuti e poi lentamente scema, mentre una crisi respiratoria legata al Corona Virus dura molte ore/giorni e si mantiene abbastanza costante.
Il panico ha a che fare con un eccesso di ossigeno nel cervello (dovuto ad un’iperventilazione), che spesso dà tensione muscolare.
Mentre in una crisi respiratoria si ha una carenza di ossigeno, che dà debolezza muscolare.
Spesso – anche se non sempre! – un attacco di ansia o panico è “situazionale”, ovvero legato a specifici posti, situazioni, pensieri, sensazioni. Una crisi respiratoria legata al virus invece non è collegata necessariamente ad un trigger esterno/interno rintracciabile che la scatena e spiega.

Tornando alla paura, ecco una regola aurea: non possiamo eliminarla in toto! Questo non è possibile né auspicabile.
Meglio quindi accettarla e imparare a conoscerla affinché non ci venga una delle paure con cui è più difficile convivere e da cui è più difficile liberarsi: la paura della paura. “Accoglierla” nel senso di farla stare lì in noi… e cercare di continuare a fare ciò che stavamo facendo…

Se combattere contro di essa non funziona, o funziona anche ma a costi molto elevati, proviamo a capire se non vale la pena lavorare per un altro scopo: conviverci accettandola. 
È come quando ti spingono per buttarti in piscina e tu non vuoi: fai di tutto per non caderci dentro – tornando alla paura: combatti e contrasti con tutto te stesso contro di essa, per non averla, per mandarla via, affinché se ne vada e ti lasci libero! Tuttavia arriva un momento in cui capisci che hanno vinto loro e stai cadendo in acqua… e allora il tuo scopo cambia: non è più “evitare di” ma diventa “avere meno danni possibili”. Ed ecco che, tornando alla paura, accetti la paura e cerchi quindi di andare avanti nonostante essa.

All’inizio della quarantena e per le prime settimane la paura che ci ha dominato è stata la paura del contagio.
Ora la paura è più del futuro: del poterci comunque ancora ammalare. E questo sia dei limiti e delle perdite che il virus e le misure per il suo contenimento hanno creato, soprattutto su un piano lavorativo/economico. Queste paure sono naturali, giuste e sane anche, perché ci permettono di stare attenti, di essere cauti, di comportarci in modo da ridurre i rischi e da proteggerci, noi e gli altri.
È opportuno e utile quindi cercare di mantenere una giusta preoccupazione e non ritrovarci invece in un’ingiustificata e dannosa iper-paura.

Cerchiamo quindi di confrontarci:

  1. con noi stessi in altre situazioni di paura ben gestita
  2. con altri che ci pare abbiano un buon atteggiamento in questo periodo (ovvero sana preoccupazione ma non iper-paura)


Chiediamoci

  • cosa mi ha permesso di stare in equilibrio con la paura?
  • Di danzare con essa senza esserne travolto?
  • Cosa permette agli altri che vedo agire come vorrei riuscire ad agire anche io di non oltrepassare la linea ed arrivare a sperimentare ansia e panico?

La paura sarà tollerabile e gestibile anche se “accogliamo” alcuni dati di realtà che anche questo virus ci fa ben vedere:

  1. imparare a convivere con livelli di incertezza maggiori del desiderato: più vogliamo avere la certezza e conoscenza assoluta di ciò che è, sarà, accadrà ecc. più aumenterà il senso di incertezza e vivremo in apprensione e paura;

  2. imparare a distinguere ciò che pensiamo “sarebbe giusto” da ciò che “è”, poiché le due cose non coincidono necessariamente (chi decide, poi, cosa è giusto…?): più pensiamo che non è giusto quello che sta accadendo, non è giusto che non si sappia, non è giusto che abbiamo così tanti limiti e incertezze ecc. più ci arrabbiamo e ci sentiamo vulnerabili e precari

  3. imparare a vedere e accettare i nostri limiti: in verità, siamo piccoli e vulnerabili, parte e non padroni della natura, le nostre conoscenze anche scientifiche sono limitate, non padroneggiamo tutto e tutti senza limiti…


Vulnerabilità e incertezza

È così: la condizione umana è anche questo – incertezza, paura, dubbi, vulnerabilità – e non è detto che sia brutto, ingiusto, sbagliato.

Tuttavia se la vediamo così le nostre emozioni negative aumenteranno – paura inclusa! – e ci toglieranno energia e voglia di vivere, amare, perseguire ciò che per noi conta davvero.

Un po’ come pretendere che in mare non ci siano le onde… ed entrare solo a questa condizione.
Fare una partita solo nel momento in cui abbiamo la certezza di vincere.
Andare a scuola solo avendo la garanzia della promozione.
Impegnarci in una storia d’amore a patto di avere la sicurezza che l’altro ci amerà per sempre…

Se lasciamo che il non sapere se arriveremo alla meta… mini e limiti il nostro cammino… probabilmente non arriveremo mai alla meta (!).
O, nel caso ci arrivassimo, non godremo del viaggio, che a volte può essere esso stesso una meta.
Talvolta non partiremo nemmeno, privandoci di qualcosa che è possibile (viaggiare e forse arrivare lì o da qualche parte) per il timore di qualcosa che potrebbe non esserlo (arrivare lì).

Sarebbe davvero uno spreco, non credete?

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Gestione Covid-19: La violenza in famiglia

Purtroppo un esito delle convivenze forzate dovute alle misure per il contenimento del Covid-19 sembra essere l’aumento della violenza domestica. I dati sembrano indicare questo  impatto nelle dinamiche famigliari sia in Italia che in molti altri Paesi.

Spesso non si tratta di episodi nuovi ma di esacerbazioni di situazioni di crisi già presenti, che comportano maltrattamenti sia psicologici che fisici, che data la convivenza vedono anche un aumento della violenza assistita – ad esempio per i bambini, che magari non sono l’oggetto della violenza ma che purtroppo assistono alla liti e ai soprusi tra i genitori.

Il maltrattamento verso famigliari e conviventi costituisce un reato punito dalla legge.

Per maltrattamenti si intendono condotte quali violenza fisica, sessuale, psicologica, morale, economica di un convivente verso altri famigliari tipicamente più deboli quando sono in una successione di atti di sopraffazione che vengono reiterati in una certa unità di tempo.

 

Esempi concreti

Per violenza fisica si intende:

  • ledere, colpire, danneggiare, ferire il corpo
  • atti di violenza psicologica: ad esempio manipolare, controllare, deridere, sminuire, svilire un famigliare/convivente
  • violenza economica: quando un famigliare detiene il controllo dei soldi, decide e gestisce l’utilizzo delle risorse economiche della famiglia
  • violenza sessuale: forzare la vittima a esperienze sessuali contro la propria volontà – o che non può comprendere come ad esempio atti sessuali su bambini o su persone disabili con deficit cognitivi.

Non stiamo parlando quindi di un fenomeno episodico, legato ad un singolo momento o accesso di tensione, rabbia e aggressività, ma di un processo, un a serie di fasi, un ciclo.
Generalmente nella violenza in ambito famigliare vi è una fase di accumulo di tensione, che sembra essere graduale, senza una durata precisa, che può comprendere litigi, urla, scenate di gelosia, atteggiamenti violenti.
Poi la fase dell’aggressione vera e propria.
Spesso vi è poi una fase di calma, riconciliazione… e anche di scuse.

Purtroppo uscire da un ciclo di violenza non è facile, né per la vittima né per l’aggressore, e per entrambi servono consapevolezza della violenza in essere (che spesso non c’è!), responsabilizzazione sul proprio ruolo nella violenza, azione per uscire dalla dinamica violenta e tutelare sé e l’altro – per l’aggressore, o rispetto a chi altri assiste/è in casa/può diventare vittima anch’egli.

Una forma di violenza è quella chiamata di genere, ovvero tra uomini e donne, tuttavia ne esistono di molti altri tipi tra cui quella dei genitori verso i figli, dei figli contro i genitori, verso gli anziani, verso i disabili.

In tutte queste situazioni si hanno generalmente
tre ingredienti:

  1. una disparità di potere da parte dell’aggressore verso la sua vittima
  2. un controllo sulla vittima esercitato dall’aggressore/offender sulla vittima
  3. l’isolamento di quest’ultima, che le rende difficile chiedere aiuto e la rende sempre più dipendente dall’aggressore

Varie possono essere le cause/i fattori di rischio dell’aumento di questo fenomeno in questo periodo di emergenza sanitaria: convivenza forzata negli stessi spazi, aumento dei livelli di stress e preoccupazioni sia diretto che indiretto, minore possibilità uscite e sfiati come alternative per decantare e/o gestire la crisi e la rabbia. E ancora… ridotto accesso ai servizi di aiuto e protezione, allontanamento/difficile accesso alla rete di supporto emotivo e relazionale, riduzione/sospensione dei rapporti sociali e delle attività sportive/ricreative che possono rappresentare possibili fattori protettivi, aumento di abuso alcool e sostanze psicoattive, stress specifico dei professionisti della salute e della gestione dell’emergenza.

Purtroppo gli esperti dicono che come da un punto di vista individuale anche da un punto di vista di coppia e famigliare dobbiamo aspettarci un aumento di aggressività anche nel futuro prossimo immediato… 

Tutti noi cittadini privati, che veniamo a conoscenza di reati, o abbiamo ragionevoli dubbi sulla violenza domestica di persone che conosciamo o a cui viviamo accanto possiamo segnalare quanto abbiamo visto, udito, sospettiamo.
E/o possiamo cercare di avvicinare la famiglia in difficoltà per aiutarla a rivolgersi agli enti competenti al fine di interrompere la violenza.

Ecco alcuni tra i tanti siti e numeri utili di enti/associazioni che si occupano di violenza domestica, che possono essere contattati sia dalla vittima che da chi assiste o abbia dubbi riguardo ad altri:

  • Il 114 Emergenza Infanzia è un servizio di emergenza rivolto a tutti coloro vogliano segnalare una situazione di pericolo e di emergenza in cui sono coinvolti bambini e adolescenti. È raggiungibile sia da fisso che da cellulare, è un servizio pubblico, gratuito, in funzione tutti i giorni dell’anno, 24 ore su 24
  • YouPol è un’applicazione della Polizia di Stato, nasce per trasmettere in tempo reale messaggi ed immagini agli operatori della Polizia. Le segnalazioni sono automaticamente geo-referenziate e vengono ricevute dalla Sala operativa della Questura competente per territorio. Anche chi è stato testimone diretto o indiretto, come ad esempio i vicini di casa, può segnalare il fatto all’autorità di Polizia, inviando un messaggio anche con foto e video. È possibile segnalare in forma anonima
  • 1522: numero antiviolenza e stalking e chat, attivo 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno, accessibile dall’intero territorio nazionale gratuitamente, sia da rete fissa che mobile; l’accoglienza è disponibile nelle lingue italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo; fornisce informazioni e un orientamento verso i servizi socio-sanitari pubblici e privati presenti sul territorio nazionale; assoluta garanzia di anonimato
  • Sul sito https://www.1522.eu/mappatura-1522 vi è la mappatura sul territorio nazionale dei centri antiviolenza e case rifugio per donne
  • In generale 112 Carabinieri e 113 Polizia
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Gestione Covid-19: il “qui ed ora”

Mai come quando ti stravolgono il presente e ti tolgono il futuro ti rendi conto di quanto ciò che davvero hai è il “qui ed ora”.

Questo è quello che dicono anche le persone rilasciate dopo un rapimento, chi è stato in guerra, chi ha provato la prigionia: ti aggrappi al presente, ogni momento ha peso e valore, perché è l’unica cosa che sicuramente hai, a volte l’unica che ti resta.

E lo dicono le persone che perdono qualcosa o soprattutto qualcuno: “Se fosse qui gli direi…., vorrei aver fatto X o Y con lei…, vorrei aver sfruttato meglio il tempo trascorso insieme…., se potessi toglierei i musi e le rabbie e cercherei maggior dialogo e contatto…, se avessi saputo che non avevamo tutto il tempo di una vita a disposizione avrei puntato alle cose più importanti…”.

Tendiamo a pensare che il tempo ci sarà sempre, che si potrà sempre fare quello o quell’altro.
Spesso è così, e non pensare mai al domani potrebbe diventare angosciante e demotivante. Tuttavia, quando lo facciamo troppo ci dimentichiamo di curare il presente e trascuriamo tante cose che sono possibili e certe per qualcosa che lo è meno… Il tempo non è una risorsa illimitata e considerare che abbiamo a disposizione un tempo “finito” ci può aiutare a usarlo meglio, in modo più significativo ed efficace per i nostri valori e le cose e le persone importanti per noi.

Allora penso che questo periodo di presente così diverso dal solito possa aiutarci ad imparare ad apprezzare e curare di più il “qui ed ora”.

Proviamoci

  • Focalizziamoci su quello che possiamo controllare, che dipende da noi e cerchiamo di non stare troppo a leggere e pensare a ciò che non è sotto il nostro controllo, non dipende da noi, non siamo noi a gestire. Quindi? Partiamo dall’organizzazione della nostra giornata, orari e impegni, e del fine settimana. I giorni sono i “contenitori”, mettiamoci noi il “contenuto” perché, come recita un adagio, “Non possiamo aggiungere giorni alla vita, ma possiamo aggiungere vita ai giorni”.
    Non stiamo in attesa del prossimo bollettino, del prossimo emendamento, delle prossime indicazioni, di quando potremo… dettiamo noi le nostre regole, dove, quando e per come possiamo.

  • “Stiamo dentro” alle cose che facciamo: siamo davvero partecipi, viviamole, non andiamo con la mente già da un’altra parte, alla prossima cosa da fare, a quanto è successo ieri. Stiamo sul pezzo, dentro al presente che stiamo vivendo, nelle cose che stiamo facendo. Stiamoci “dentro” ad esempio usando corpo e sensi, sentendo le sensazioni ed emozioni che le varie attività e dialoghi ci suscitano. Sono al telefono con un’amica? Mente e cuore siano con lei.
    Sto rifacendo i letti? Mani e occhi su lenzuola e coperte.
    Sto guidando? Mani sul volante e occhi alla strada.

  • Questa quarantena ci ha un po’ ipoattivato, spento, bloccato? Scriviamoci quali piccoli passi possiamo fare, cosa ci sentiamo di iniziare a fare per riattivarci un po’, in cosa – 1 o 2 cose al giorno – sentiamo che vogliamo provare ad impegnarci per noi e per gli altri.
    Ci ha, al contrario, iperattivato?
    Ci sentiamo nervosi, irrequieti, frenetici? Annotiamo nero su bianco qualche semplice azione e strategia che possiamo allenarci a fare per sfiatare, scaricare, riportare un migliore equilibrio in noi.
    Può avere a che fare con il corpo e le mani – attività fisica, giardinaggio, ricamo, puzzle, lavoro a maglia, disegno, suonare, pulire, cucinare, fare lavori di bricolage. Oppure con la mente – leggere, fare progetti, pregare, meditare. O perché no, con il cuore – cosa ci rende felici ed è fattibile anche oggi? Cosa ci dà soddisfazione e possiamo farlo anche in casa? Cosa ci calma ed è a portata di mano?

  • Impegnamoci per cose e persone per noi importanti: se possiamo evitiamo o riduciamo cose che davvero non sono importanti né necessarie.
    Cosa posso fare? E come?
    Ad esempio cos’è importante per me? Gli sto dedicando tempo e attenzione? Chi è importante per me? Sono in contatto e mi spendo per lui/lei/loro? E mi sto prendendo cura anche di me? Sono premuroso e gentile con me stesso? Come mi sto impegnando ad essere come vorrei…?

  • “Ama il prossimo tuo come te stesso”, “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”, “In caso di turbolenza prima di aiutare chi hai vicino indossa tu la tua maschera per l’ossigeno”.
    Per seguire al meglio le regole che ci vengono richieste cerchiamo di vedere non solo l’aspetto di proibizione e di limite ma soprattutto i motivi per cui ci viene chiesto tutto questo e il bene che questo può portare per noi e per gli altri.
    E anche ciò che mascherine, guanti, distanza e disinfettanti ci lasciano liberi di fare: sorridere – anche con gli occhi! – salutare, chiedere, interessarsi, tenere i contatti, pregare, meditare, fare attività fisica, aprire le finestre, respirare bene, ringraziare, imparare, essere curiosi…

Vi saluto con questo aforisma: “Il passato è storia, il futuro è mistero, il presente è un dono”.

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Gestione Covid-19: Tolleranza alla frustrazione

Uno dei limiti o risorse che tutti noi stiamo sperimentando in questo periodo sia la carenza o, al contrario la presenza di “tolleranza alla frustrazione”.

Per tolleranza si intende la capacità di fra fronte in modo adattivo ad una frustrazione: reggere, accogliere e sapersi in qualche modo adattare.

Con frustrazione ci si riferisce invece al vissuto che proviamo quando le cose non vanno come vorremmo. Quando la realtà – noi, gli altri, il mondo – non è come la desideriamo, come abbiamo bisogno che sia, come riteniamo che debba essere. La frustrazione è quindi quello stato emotivo che può essere conseguente al mancato soddisfacimento di un bisogno, di un desiderio, di un obiettivo, di una speranza.

Come ogni dimensione e caratteristica umana non va tanto bene se è assente come pure se è presente in modo eccessivo. Ad esempio, una bassa tolleranza è indice di immaturità, del desiderio di soddisfare immediatamente i propri bisogni e porta quindi a frequenti e intense frustrazioni. Una tolleranza troppo alta costituisce un atteggiamento non adattivo perché può limitare le reazioni del soggetto, ci può rendere passivi: far restare fermi e porci quindi in un atteggiamento di eccessiva attesa.

Quest’emergenza Covid-19 – e il periodo che stiamo vivendo, con le relative misure imposte per la sua gestione – rappresenta una frustrazione, nel senso che molto probabilmente per nessuno rappresenta uno stato ideale, desiderato, voluto, scelto a braccia aperte! Contiene molti limiti, interferenze e a volte veri e propri impedimenti alla soddisfazione di molti nostri bisogni, desideri, obiettivi, speranze.
E anche solo alla nostra routine, abitudini, stile di vitaSi sta adattando meglio chi ha un’alta tolleranza alla frustrazione e quindi resilienza, peggio chi non ce l’ha o ne ha poca.

 

Ci si può allenare ad una maggiore tolleranza alla frustrazione?

 

Eccoo alcuni spunti “cognitivi” e altri più “comportamentali”: come sempre provate a sentire quelli che vi ispirano maggiormente e poi utilizzateli!

  • Quanto più ci accorgiamo di pensare a vari aspetti del nostro “nuovo” quotidiano come “ingiusti, sbagliati, non doveva andare così, non dovrebbe essere così”, “insopportabili e intollerabili”, “catastrofici e terribili”, tanto più la nostra tolleranza sarà basse e li vivremo male. Proviamo a cambiare le parole con cui li pensiamo, a descriverli in modo diverso, a rappresentarceli in modo differente, a usare altri colori per dipingerli.
    Come ci parliamo influenza come ci sentiamo e come ci comportiamo:
    cerchiamo quindi di parlarci in un modo utile a rendere questi aspetti meno difficili e insopportabili. Ad esempio se ci accorgiamo di pensare “Questo periodo è davvero durissimo, non posso tollerare di non poter ancora tornare alla mia vita di prima”, proviamo a capire che emozioni e azioni ci suscitano questi pensieri. Quindi, proviamo a trasformarli per aumentare la sopportabilità di questi aspetti del nostro presente e la nostra tolleranza ad essi.
    Qualche esempio: “Alcune cose che sto vivendo non mi piacciono proprio, ma altre non sono poi così male”, “Non avrei mai scelto di trascorrere queste settimane chiuso in casa, ma di certo c’è chi sta peggio di me”, “Non avrei voluto che questo accadesse, come probabilmente nessuno, ma spesso nella vita non siamo noi a decidere come ‘devono’ andare le cose”, “Più mi oppongo a questa situazione più mi starà stretta, mi conviene cercare di accettarla, come vedo che alcuni riescono a fare e come io stesso sono riuscito in passato riguardo ad alcune cose negative”.

  • Un’altra cosa che abbassa la tolleranza alla frustrazione è il concentrarsi tanto sugli aspetti negativi della situazione attuale, perdendo di vista che ce ne sono alcuni di neutri o finanche di positivi. Riusciremo a tollerare meglio le restrizioni vigenti se impariamo a gestire meglio il tempo in più che abbiamo per coltivare e fare ora cose che ci interessano o richiedono la nostra attenzione. Fosse anche riposare, rilassarsi, rallentare un po’. Oppure approfittare dello stare in casa con la nostra famiglia per curare le relazioni famigliari, fare alcune attività insieme, condividere alcuni momenti e lavori.

  • Una cosa che probabilmente facciamo in modo automatico è continuare a fare confronti tra la situazione attuale e quella passata: può essere più utile concentrarci sul presente senza fare troppi confronti, cercando di viverlo per come è, di focalizzarci sul qui ed ora. Se viviamo maggiormente il presente e meno il passato e il futuro riusciamo ad abbassare una quota della tristezza e dell’ansia che possono derivare proprio da un eccessivo sbilanciamento verso ciò che è stato “bello” e ora non è più. E verso ciò che di “brutto” forse potrebbe essere un domani.

  • Accettare sia quanto non dipende da noi cambiare sia i nostri limiti e difficoltà: rispetto a quanto non dipende da noi e non può essere modificato è davvero sano e utile cercare di accettare invece che irrigidirci, contrastare, opporci. Come pure accettare che in questo periodo siamo frustrati, che facciamo fatica ad adattarci, che siamo in difficoltà…. ad accettare. Quanta libertà ci arriva se lo ammettiamo con mente e cuore aperta! Se diamo per scontato che abbiamo dei limiti, che facciamo fatica, che alcune cose sì le stiamo subendo o le stiamo perdendo… saremo più liberi per agire su ciò che davvero dipende da noi e che realmente possiamo fare!
    Come trasportare dell’acqua con le mani: se stringiamo troppo perché non vogliamo perderne nemmeno una goccia…. finiamo con il perderla tutta! Se invece siamo più morbidi e accettiamo, mettiamo in conto, partiamo già dal presupposto che un po’ di acqua uscirà… probabilmente ne salveremo di più…

  • Un ultimo suggerimento per aumentare la nostra soglia di tolleranza alla frustrazione è quello di focalizzare la nostra attenzione ed energia sul problem solving, ovvero su “cosa posso fare io”? Essere troppo orientati sul problema a volte non ci permette di rivolgere mente e braccia verso le soluzioni.
    Essere troppo intenti a pensare, ragionare, riflettere, a volte ci fa trascurare l’agire, il fare.
    Lottare perché le cose non siano così o non dovrebbero essere colà ci impedisce di percorrere la strada a volte più proficua dell’accettare ciò che non dipende da noi e focalizzarci su ciò che invece è in nostro potere.
    Chiediamoci quindi:
    “Cosa posso fare io oggi? Come posso organizzare io al meglio i prossimi giorni, tenendo conto che questa è la situazione? Per quello che dipende da me come posso sentirmi attivo? Cosa posso decidere perché sta a me farlo, nonostante diverse cose non posso deciderle io?”
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Gestione del Covid-19: Come sopravvivere alla noia

Oggi sono felice di trarre e condividere alcuni spunti di riflessione ispiratimi da un articolo della collega Albanese Marzia, che credo di possibile aiuto per tutti.

In queste settimane praticamente tutti ci stiamo imponendo dei cambiamenti rispetto alle nostre routine e abitudini, cosa che ci pone di fronte alla necessaria ristrutturazione di tante cose, sia “concrete” che “mentali”.
Qualche esempio?
La gestione del tempo, degli spazi in casa, del lavoro /non lavoro, delle relazioni con i famigliari con cui stiamo e degli altri che non frequentiamo più, della spesa, del tempo di solitudine.
E, soprattutto, il rivalutare ciò che è più importante e ciò che invece non lo è.

Come sempre questa ristrutturazione richiede tempo e “lavoro”, anche mentale, che ognuno di noi affronterà a suo modo, con i suoi tempi, con i suoi scopi e risultati personali e specifici.
“Lavoro mentale” significa soprattutto modificazione dei pensieri, chiavi di lettura, credenze che sono alla base dei nostri comportamenti e dei nostri stati d’animo: molti di essi sono automatici e inconsapevoli, ma altrettanti possono essere volontari e ragionati/scelti.

Per qualcuno prevarrà – prima o dopo o per lo più – il vedere in questa situazione soprattutto minaccia e pericolo, e allora vivrà il momento con molta paura e preoccupazione, ansia e panico.
Per qualcun altro si attiverà una lettura di quanto sta accadendo soprattutto come perdita, privazione, fine, impossibilità di… e allora l’emozione prevalente sarà la tristezza.
Qualcuno invece attraverserà il periodo con uno stato d’animo più rabbioso, qualora percepisse in questa situazione un’ingiustizia, un torto subito, un danno ricevuto.

Cosa fare?

Proviamo a chiederci:

  1. quali emozioni prevalenti sto provando e perché (= cosa vedo di questa situazione, cosa ne colgo in particolare, che significato le attribuisco, che spiegazione ne do). Possiamo scrivere le nostre osservazioni;
  2. come vorrei riuscire a vivere questo periodo? Cerchiamo di individuare quali riflessioni, sguardi, considerazioni aiuterebbero quello stato d’animo, nutrirebbero quei sentimenti.
  3. proviamo a coltivare questi sguardi maggiormente, volutamente, intenzionalmente, come un allenamento, facendo ciò che ci può permettere di consolidarli e viverli, agendo in base ad essi.

Un esempio?
Sto vivendo la reclusione in casa con nervosismo e frustrazione e vorrei viverla invece con maggiore accettazione e tranquillità.
Provo a chiedermi:
“Quali atteggiamenti e sguardi mi creano nervosismo, e quali sosterrebbero invece una maggiore accettazione e tranquillità?”
“Cosa posso fare per andare in quella direzione, per allenare quei pensieri e quegli stati d’animo che credo mi farebbero stare meglio?”

“Quali azioni, comportamenti posso provare a fare di più o di meno?”
“Cosa posso ridurre e cosa aumentare nella mia giornata?”


Proviamoci!

 

Ulteriore riflessione

Nel nostro tempo vige un’ideologia “emozionalista”, che assegna un predominio valoriale e sociale solo alle “emozioni forti”, a scapito invece delle forme più sfumate del sentimento e della dimensione contemplativa della vita.
In questa “cultura” il tempo diviene una cosa da riempire, meglio se super-imbottire, di tante cose e di cose “forti”.
Spesso non c’è tempo né valore dato alla noia, all’attesa, al vuoto, all’ascolto, alla riflessione, al deserto, alle pause, alla solitudine, alla lentezza…

Ecco, quindi, che quando ci manca il fine del nostro agire (produrre qualcosa, ad esempio emozioni), si fa spazio quella sensazione di “vuoto e inutilità” ed è qui che nasce la noia. La noia che tanto temiamo, che fa assumere alle nostre giornate quella forma lineare che così poco ci piace, quella sorta di “nebbia”, quella sensazione di “sterilità”. Noia da cui vorremmo scappare, per cui vorremmo uscire di casa e riprenderci la vita di prima, forse anche “più” di prima.

In questo periodo tutte le restrizioni che dobbiamo vivere ci predispongono verso giornate più vuote, meno sensazionali, meno produttive, più lente e nello stesso posto e con le stesse persone (o da soli)… situazione che può essere un problema/rischio… ma anche un’occasione/opportunità…

 

Soluzioni

Ramón Gómez de la Serna diceva che “se si potesse sfruttare la noia disporremmo della più potente fonte di energia”.
Allora forse la sfida è di provare non tanto o non solo ad evitare la noia, la solitudine, il silenzio, a riempirlo di altro, a coprirlo, ma ad accogliere questi vissuti, a riconoscere loro un valore! 

Chiediamoci ad esempio:
“A cosa serve la noia?”
Cosa posso imparare dal silenzio?”
Cosa mi può insegnare la solitudine? Cosa posso scoprire se rallento?


Ad esempio facciamo  sedere la noia accanto alle altre emozioni, lasciamo che occupi i suoi spazi, occupi il nostro tempo. La noia serve: a liberare la mente, a rafforzare attenzione e creatività, a lasciare depositare quanto abbiamo ascoltato/visto, a guardarci attorno e dentro, a valutare come poter rivalorizzare il tempo…
Ed è anche così che capiamo che cosa, forse, ha valore per noi.

Anche in questo caso, insomma, oltre a cercare di uscire da una situazione che non ci piace possiamo “provare a starci dentro”, per conoscerla meglio e imparare a temerla e rifuggirla meno, ad abitarla con minor disagio, a viverla con minore intolleranza e maggior capacità.
Ad accettarla…

Allego infine uno schema dell’associazione Casa per la pace di Milano, molto utile in questo periodo: proviamo a lasciarci ispirare, per uscire dalla “zona di paura” dentro cui magari siamo e incamminarci verso la zona di apprendimento” e “di crescita… Buon cammino!

 

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Gestione Covid-19: Paura e lutto

Ecco qualche riflessione e spunto operativo su due condizioni in cui possiamo trovarci, esserci trovati, o ci potremo trovare nelle prossime settimane e mesi riguardo alla pandemia in atto. Paure e preoccupazioni specifiche sulla malattia, lutti e perdite per Corona virus.

Paura del contagio per sé/propri cari

Ormai è chiaro a tutti che questa malattia è davvero seria e comporta scenari gravi:

  • per facilità e velocità di contagio
  • per espansione ed onnipresenza nel mondo di contagi e morti
  • per sintomi che possono essere anche molto pesanti, in particolare per l’apparato respiratorio, e che richiedono ricoveri in ospedale in terapia intensiva per un numero di persone cheva oltre la capacità di accoglienza e cura degli ospedali. Questo porta inevitabilemente a non riuscire a curare tutti coloro che ne avrebbero bisogno – e che si potrebbero probabilmente salvare se curati con adeguate attrezzature, personale e medicinali
  • per sintomi che possono anche non esserci (asintomaticità) o essere molto blandi e quindi venire sottovalutati: molte persone possono essere contagiose e contagiare senza saperlo, quindi potenzialmente potremmo correre il rischio di ammalarci con ogni contatto – qualora non ci proteggiamo con le misure indicate
  • perché il periodo di incubazione, contagiosità e durata dei sintomi non è breve – è di diverse settimane!
  • ovviamente perché non esiste ancora un vaccino e i tempi stimati per produrlo sono di circa un anno-un anno e mezzo

Questi sono i dati di realtà.

Non possiamo sottovalutare questo virus, non possiamo permettercelo proprio, né per noi né per gli altri. Tuttavia nemmeno dobbiamo viverlo travolti dall’ansia e dal panico.

Questa deriva è sicuramente possibile e molto probabile in queste settimane, poiché Covid-19 ha alcune delle caratteristiche che ci provocano ansia e panico:

  1. senso di minaccia futura vaga e incerta (ansia)
  2. senso di minaccia incombente/in atto (panico), senso di costrizione, di oppressione e non scelta
  3. senso di limitazione di libertà e diritti (reali o presunti), di imprevedibilità e incertezza, di non controllo
  4. impossibilità/difficoltà di fare previsioni su varie conseguenze anche a medio/lungo termine

Per mantenere una ragionevole, sana e gestibile preoccupazione cerchiamo tutti di attivare ciò che possiamo/dipende da noi (questo ci dà potere, senso di controllo, gestione, scelta, libertà). Ciò che ci dà un senso di continuità con noi stessi e con la nostra routine di prima, o addirittura di possibilità e scoperta.
Possiamo ad esempio rispettare e far rispettare le regole di igiene e di comportamento, abitudini, alimentazione indicate.

Possiamo informarci solo da fonti sicure e competenti e non stare sempre alla televisione o incollati ai social 24 ore su 24: cerchiamo di non occuparci (= informarci, pensare, parlare) solo del virus!
Meglio concentrarci su ciò che possiamo fare, ciò che è in nostro potere e dipende da noi. Cerchiamo di accettare il fatto che non tutto dipende da noi e su tante cose non possiamo controllare e avere la sicurezza del 100%.

Inoltre se è vero che per molti tanto è cambiato nelle nostre giornate è altrettanto vero che non tutto è cambiato e non tutto è cambiato in senso peggiorativo!

Lutto per morte di famigliari/amici da Corona virus

Purtroppo molti di noi conoscono o conosceranno amici o famigliari, conoscenti o persone care e vicine che si sono ammalate/ammalano/ammaleranno e che sono morte/stanno morendo/moriranno

Alcune delle caratteristiche del ricovero, della morte e del dopo morte legate al Covid-19 sono tali per cui rendono davvero difficile un processo di lutto “fisiologico”. Inoltre aprono lo scenario a possibili lutti complessi o traumatici. Queste alcune caratteristiche critiche per “chi resta”: allontanamento da casa del malato che avviene in modo veloce, senza la possibilità di “prepararsi” a questo, salutarsi, “chiudere eventuali cose sospese”.
Incertezza su cosa succederà e preoccupazione per l’evoluzione della malattia e delle sorti del proprio caro.
Incertezza sul dove verrà ricoverato e/o dove verrà portata la salma.
Preoccupazione e incertezza per sé stessi e per il resto della famiglia potenzialmente contagiata.
Difficoltà anche per l’eventuale numerosità delle persone conosciute ammalate o morte, in associazione magari ad altri “lutti” (es. del lavoro, dell’azienda, di uno status).
Mancanza del rituale del commiato sia prima dell’ospedale che dopo la morte.
Solitudine anche nella gestione delle preoccupazioni e del dolore, dato non solo l’isolamento dal malato ma anche da tutte le altre persone: difficile parlarne, ricordare, condividere ricordi, avere supporto e vicinanza.
Senso di impotenza ed eventualmente di colpa rispetto alla malattia e morte.
Consapevolezza che il proprio caro è/è stato solo e lucido fino alla fine…

Ciò che possiamo fare è in qualche modo cercare per noi e per gli altri che hanno subito una o più perdite di attuare una serie di comportamenti che possono “integrare” l’esperienza vissuta e renderla più “elaborabile”. Ad esempio possiamo parlare del nostro caro, anche degli ultimi giorni, di quando è stato portato in ospedale, delle ultime ore passate assieme.
Possiamo condividere i nostri ricordi, le nostre paure, il nostro dolore parlandone con qualcuno o anche scrivendo.
Possiamo sentire magari anche esperienze simili di altri conoscenti e famigliari, partecipare al dolore altrui e rispecchiarsi.
E se sentiamo di avere “lasciato in sospeso” qualcosa – ad esempio di non aver potuto dire uno “scusa” o un “grazie” – proviamo a farlo, nella preghiera o scrivendo una lettera.
Possiamo organizzare magari on line o successivamente un memoriale di saluto e commiato: è fondamentale che ricordiamo che quanto abbiamo potuto fare e quanto non potevamo fare, non dipendeva da noi, non era nelle nostre possibilità o scelte.
Tutt’altro che semplice, tuttavia è davvero necessario cercare anche di provare a “stare” con l’impotenza, il dolore, le domande senza risposte, la perdita, la mancanza, la solitudine.
Sono aspetti inevitabili e intrinseci del nostro essere umani e del nostro avere legami e sentimenti che ci uniscono agli altri

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Gestione Covid-19: cosa mi sta succedendo?

Oggi voglio parlare di alcune fasi che possiamo vivere e “attraversare” in questo periodo così pesantemente condizionato dal Corona virus. Molte cose che viviamo non ci inducono infatti una sola e unica reazione – soprattutto se ci riferiamo a eventi complessi e duraturi come può essere un lutto, una malattia, una guerra, una pandemia appunto.

Anche cose “positive” quali una convivenza, un lavoro, il diventare genitori  –  attivano alcuni “processi”.
Varie reazioni quindi, legate alle necessarie elaborazioni, adattamenti, accettazioni e cambiamenti che comportano. Spesso queste fasi si susseguono, ovvero è come se fossimo all’interno di un ciclo in cui ne sperimentiamo diverse, alcune anche più volte, a più riprese.

Ecco le principali che potremmo trovarci a vivere in queste settimane.

Probabilmente all’inizio abbiamo tutti avuto, chi più a lungo chi meno, una fase di incredulità e sbigottimento, negazione – “Non può essere vero! Ma cosa sta succedendo? Non capisco, non è possibile, come può essere…?” – a cui la reazione è stata una certa “latenza” nel cambiare comportamenti e abitudini tendendo a mantenere le nostre abitudini di sempre.

Serve infatti tempo per digerire e capire le informazioni e i mutamenti di azione che talvolta dobbiamo fare, per trasformarli in conoscenza e consapevolezza e quindi per trasferirli anche nel campo del fare e del continuare a fare qualcosa di diverso e nuovo. Questa fase ci protegge anche un po’ dall’angoscia che alcune realtà inevitabilmente ci suscitano. Quanto più le cose che ci richiedono un cambiamento sono veloci, improvvise, inaspettate, tanto più tendiamo a reagire e permanere in questo stadio.

Molte persone stanno vivendo o hanno vissuto una fase di spaesamento e confusione, disorientamento e disorganizzazione: tanto tempo a disposizione ma non riuscire a gestirlo bene, perdere tempo, iniziare varie cose e non concluderle.
Queste alcune esternazioni che esprimono questi vissuti: “Mi pare di correre, correre, ma di stare ferma”; “Mi sento come un criceto su una ruota: giro giro… ma non faccio strada”; “Al mattino mi dico che ho un sacco di tempo per fare un sacco di cose… ma alla sera mi pare di avere le mani vuote”; “Non so proprio cosa fare, come reagire, mi sento proprio confuso, nel caos”.

Paura e preoccupazione

Tanti hanno sperimentato/stanno sperimentando/sperimenteranno fasi di paure e preoccupazioni sia specifiche rispetto alla malattia – “L’ho presa? La prenderò? Come stanno i miei cari? E se si ammalasse mio figlio/mio padre…? Se dovessimo aver bisogno di andare in Ospedale? Se morissi/qualcuno dei miei cari morisse? Oddio mi sono ammalato!”.
E anche, più generali, rispetto alle conseguenze a breve e lungo termine di cosa stiamo facendo per contenere e gestire al meglio il virus: “Quanto durerà? Come farò con la scuola? Cosa ne sarà del mio lavoro? Come faremo a resistere? Come posso farcela se non guadagno? Quando potrò rivedere i miei cari?”.

Rabbia e frustazione

Un’ulteriore reazione/fase può essere la rabbia/frustrazione, un senso di ingiustizia, di torto subito, di danno, di limite imposto, di pretesa che le cose siano come vorremmo o come “dovrebbero” essere: “Non è giusto, perché sta succedendo tutto questo?”, “è insopportabile vedermi privato della minima e normale libertà di muovermi e fare quello che devo/voglio e stare con chi amo!”, “Sono teso, una corda di violino, non poter continuare con la mia vita mi pesa troppo”, “Quest’incertezza mi sta uccidendo”, “è tutta colpa di…”.
Quando la realtà è molto distante dalle nostre aspettative, viviamo le cose come un torto e un’ingiustizia, non abbiamo “sotto controllo” quanto accade e soffriamo l’incertezza… tendiamo a vivere con grande senso di frustrazione, rabbia, irritabilità e irritazione.

Abbattimento e resa

Altra reazione che potremmo vivere è l’abbattimento, la resa, la “sottomissione”, ovvero una reazione più depressiva. Qualcuno di noi starà provando o potrà provare vissuti che hanno a che fare maggiormente con una reazione di tristezza, scoramento e blocco, stallo, sensazione di essere fermo: “Sono bloccato, non mi sento in grado di reagire”, “Passo le ore in silenzio, fermo, con la testa vuota, senza concludere nulla”, “Che senso ha tutto questo? Nessuno, non vale la pena di reagire, sono totalmente in balia di quanto sta accadendo”, “Mi sembra di vivere a rallentatore e dentro ad un incubo, non sarà mai più come prima”.

Anche rispetto alle informazione possiamo avere molte diverse reazioni: anche atteggiamenti opposti e molto distanti tra loro! Ci sarà qualcuno che è sempre attaccato ai mezzi di informazione, alla ricerca costante e spasmodica di aggiornamenti, notizie, novità.
Qualcuno invece che ha selezionato fonti e anche frequenza con cui si aggiorna sulla situazione.
Qualcuno che sin da subito, o dopo aver magari anche vissuto il primo tipo di atteggiamento, è ora distante, si è “saturato” e “bruciato” e scappa a gambe levate quando sente parlare di Covid-19, evita programmi e notizie che parlano della malattia.

Resilienza

Molti si stanno avviando o sono già in una fase di nuova organizzazione, di buon adattamento: o perché riescono a fare più o meno quello che facevano prima – orari e routine quotidiane, studio o lavoro on line – oppure perché si sono adattati con una certa “tranquillità” e “velocità” a fare cose nuove e diverse. A dedicare più tempo e a fare con più calma cose che facevano anche prima. Hanno saputo capire la situazione e comprendere i cambiamenti dovuti, anche i sacrifici e le rinunce necessarie, oltre che gli eventuali “vantaggi” implicati, con consapevolezza, pazienza, disciplina, apertura, fiducia e creatività. Tutti questi atteggiamenti rientrano nel concetto di buon adattamento e resilienza”: la capacità di fronteggiare in maniera positiva eventi negativi, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà e ad eventi avversi, di rimanere se stessi/evolvere anche in circostanze critiche senza “perdere” se stessi.

Nel precedente articolo potete trovare alcuni spunti per rinforzare quest’ultimo atteggiamento.

Ecco inoltre un link per affrontare questa emergenza con gli strumenti dell’Acceptance and Commitment Therapy, di cui ho scritto il mese scorso.

Nuovi filoni 2: l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) – 2a parte

 

 

 

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