Per finire la nostra panoramica di approfondimento sulle emozioni principali oggi parliamo di tristezza: come al solito cerchiamo di capirne i vari ingredienti, il senso/scopo e qualche strategia di buona gestione.

La tristezza è l’emozione che proviamo quando viviamo una perdita (il danno è accaduto: non abbiamo più/non c’è più/non è più possibile/non siamo più).
Può essere una persona, una condizione – lavoro, salute – uno status – sposato divorziato single / ricco o povero –  un sogno – avere un figlio oppure una cosa  – casa, bicicletta.

Sentiamo la perdita come irrecuperabile: il bene è irrimediabilmente perduto, non c’è speranza di recupero, ovvero sono inutili i tentativi/non esistono strumenti per riottenere il bene perduto.
Consideriamo la perdita dolorosa, irrinunciabile, intollerabile, un fallimento: ne facciamo una valutazione estremamente negativa e non accettiamo né spesso, vogliamo farcene una ragione.

I pensieri negativi

A volte i pensieri negativi che ci rattristano riguardano in particolare una concezione negativa del mondo che sfocia in autocommiserazione: “Il mondo, l’esterno, mi presentano ostacoli insormontabili che non mi permettono di realizzare i miei obiettivi”.

A volte, o in aggiunta, riguardano soprattutto noi stessi scivolando in un’autosvalutazione: “Sono inadeguato, incapace; quindi indesiderabile e senza valore; quindi sarò escluso e rifiutato dagli altri”.

Altre volte, o oltre ai primi due temi critici, la concezione negativa è sul futuro. Questo ci porta a disperazione e pessimismo: “Il futuro sarà da così a peggio, non mi riserverà che conferme/sorprese negative”.

A queste tematiche si può aggiungere una tristezza riguardo a problemi e ingiustizie sociali nel mondo, per cui si prova un’enorme coinvolgimento e pena e un forte senso di impotenza.
Questi “temi” si possono intrecciare e autoalimentare a vicenda.

Il lutto

Una causa particolare di tristezza – che a volte può avere caratteristiche tali da diventare un problema clinico (depressione) – è un lutto.
Chi vive un lutto sembra tipicamente attraversare una serie di reazioni, che vengono vissute più volte prima di riuscire ad uscirne del tutto e superarlo. A volte questo processo non è così “naturale”, ma è come se si bloccasse in qualcuna delle varie fasi:

  1. Scoperta del danno/minaccia o della perdita, spesso caratterizzata da choc, sconcerto, incredulità (“Non può essere, non è vero, non è possibile”);
  2. Rabbia per senso di ingiustizia (“Perché è successo? Perché proprio a me? Non doveva succedere, non è giusto!”);
  3. Ansia per il “Cosa si può fare? Si deve fare qualcosa, cosa? E adesso cosa succederà?”;
  4. Colpa per un eventuale proprio contributo nella perdita (“Ho contribuito io? Ne ho colpa? Avrei potuto/dovuto fare qualcosa di diverso?”);
  5. Depressione, poiché si vede sempre e solo la perdita/mancanza/il non più o mai (“E’ finita, non ha più senso niente, nulla è/sarà più come prima e nulla ha valore”);
  6. Rassegnazione (l’idea che “Non si può fare nulla” prevale, si va avanti ma male, molto incentrati sulla perdita);
  7. Accettazione (si valuta la perdita ma si guarda anche/soprattutto al futuro, a quello che c’è, che rimane, che si può fare, che ci può essere di nuovo nonostante la perdita). Il tempo di un’elaborazione fisiologica – ovvero “normale”, “sana” – di un lutto è di 1-2 anni. Sono particolarmente critici gli anniversari, “il primo Natale senza”, “la prima vacanza da quando”, i compleanni.

Quando siamo tristi tendiamo a ritirarci, a preferire stare da soli, a provare disinteresse per attività, cose e persone. Tendiamo a piangere, possiamo avere alterazioni nel sonno e nell’alimentazione (o in senso ipo – scarso appetito e poco sonno – o in senso iper – tendenza a mangiare tanto e a dormire molto).
Spessoil nostro corpo e il nostro viso esprimono lo stato d’animo con rallentamento nei movimenti, rigidità (a volte nervosismo e irrequietezza), spalle ricurve, viso amimico e anch’esso quasi rivolto verso il basso (capo chino, bocca curva verso giù).
Corpo e sensazioni sembrano rallentarsi, spegnersi, “morire”.

A cosa serve la tristezza?

A che scopo, chiediamoci, proviamo quest’emozione?
A cosa serve la tristezza?
Perché ce l’abbiamo in dotazione come emozione primaria, presente in tutte le persone, le età, le epoche, le latitudini e longitudini?

Sembra che lo scopo sia farci disinvestire, stare fermi, essere inattivi; e questo per avere il tempo di rimarginare le ferite e il dolore, per non correre a breve il rischio di essere ancora feriti e colpiti, e/o di dover subire nuove perdite.
Fino al momento in cui potremo ancora aprirci alla vita, reinvestire, tornare a vivere con forza e pienezza.

Cosa possiamo fare quando siamo tristi?

Come per altre emozioni critiche, ecco cosa ci può aiutare nell’accettazione della tristezza stessa, della perdita, del fallimento, del non più e cosa ci può rendere più semplice il cambiamento di idee, comportamenti, punti di vista, e azioni che rischiano di mantenere/rinforzare la tristezza.

  • Cercare di accettare l’inevitabilità o comunque la possibilità di perdite: fanno parte della vita. Sono intrecciate con le conquiste e ciò che abbiamo; spesso ne abbiamo già affrontate, tollerate e superate – o altri l’hanno fatto, quindi vuol dire che è possibile riuscire ad accettarle.
  • Cercare di cambiare il livello di aspettative: se vedo la perdita non come “perdita” (non ho più un bene che avevo e dovevo continuare ad avere) ma come un “mancato guadagno” (non ho più/non avrò mai un bene che avevo e avrei voluto tenere ancora/volevo) riesco di solito a tollerarla meglio, ad accettarla prima.
  • Rivedere/ridimensionare/ridurre il valore dell’oggetto/situazione perduto.
  • Valutare se si possono perseguire strade diverse da quella dell’oggetto perduto per ottenere lo stesso scopo che quell’oggetto mi permetteva di raggiungere (ad esempio posso sentirmi in gamba anche con un altro lavoro, o anche in altre aree della mia vita, non solo in quella lavorativa ora che ho “perso” il lavoro?).
  • Cambiare lo scopo stesso (da “Volevo una casa di proprietà” a “Può andare bene anche una casa in affitto”; da “Volevo fare quella vacanza” a “Posso usare questo tempo per preparare un altro esame, cosa altrettanto importante per me, andrò in vacanza in una altro momento”).
  • Sforzarci di fare delle attività e non chiuderci in casa, meglio se piacevoli. È vero che quando si è tristi non si ha voglia di fare e si preferisce stare da soli e calmi, ma alla lunga più ci si chiude e isola più si mantiene/alimenta la tristezza. La tristezza porta a inattività e l’inattività può contribuire alla tristezza.
  • Imparare ad esporsi e ad affrontare situazioni, invece che evitarle: in questo modo, standoci dentro, da “intollerabili” potranno diventare “fastidiose” o forse anche neutre. Affinché questo processo accada dobbiamo “stare dentro” alle situazioni difficili affrontandole gradualmente, un po’ alla volta (da quelle più tollerabili a quelle via via più difficili e dolorose), ma con costanza e continuità.
  • Rivedere eventuali standard esagerati o irragionevoli nella visione di sé/propria vita e degli altri/altrui sorte: se “abbasso” l’ideale/standard e/o “innalzo” il reale (la visione della situazione attuale) dovrei sentirmi meglio, perché non vi sarà troppa distanza tra la situazione presente (io, la mia vita, gli altri) e quella che vorrei o credo dovrei avere (io come vorrei/dovrei essere; la mia vita come la desidererei; gli altri come dovrebbero essere/vorrei che fossero).
  • Aumentare il focus su “Cosa posso fare io” (vs cosa mi capita/cosa succede), per sentirsi più attivi e meno passivi, più attori e non solo spettatori, anche artefici e non solo vittime.