Continuiamo ad approfondire il tema delle emozioni, quest’importante componente della nostra vita e delle nostre relazioni: oggi parliamo del senso di colpa, spesso associato alla vergogna.

Spesso viviamo assieme queste due emozioni, ma esse sono diverse e distinte: ad esempio, se parcheggiando tampono l’auto in sosta di fianco alla mia posso sentirmi sia in colpa che provare vergogna, o nessuna delle due, o una delle due – o altre emozioni ancora.
Cerchiamo di capirci qualcosa di più…

Facciamo un po’ di “teoria”

La colpa è l’emozione che proviamo quando ci sentiamo colpevoli, appunto, ovvero pensiamo di aver fatto un danno (fisico, psicologico, morale, ecc.) a qualcuno, che ha patito qualcosa di negativo a causa nostra. Possiamo aver fatto del “male” o in modo intenzionale oppure involontario; il danno inferto può essere “per azione” (abbiamo fatto qualcosa che potevamo non fare, che non dovevamo fare, che non era giusto/corretto fare) o “per omissione” (non abbiamo fatto qualcosa che avremmo potuto e dovuto fare, che sarebbe stato bene fare).

Talvolta possiamo pensare di meritare una condanna-punizione per il danno che abbiamo causato, che ci aspettiamo ci venga data dall’esterno o che ci diamo noi stessi.
Possiamo pensare di avere in questo modo deluso qualcuno e/o di avere infranto una norma etica generalmente condivisa, e questo aumenterà ancora di più il peso di questa emozione.

Proviamo adesso a tradurre “in pratica”

Ritorniamo all’esempio iniziale: quanto più penserò che ho causato un danno a quella macchina e al suo proprietario, soprattutto se mi sembra un danno ingente, se penso che avrei dovuto e potuto non sbattere addosso all’auto stando un po’ più attenta, e che è grave rovinare le cose altrui e non guidare bene, tanto più mi sentirò in colpa.
Ma se non penso a queste cose, o questi non sono aspetti così significativi per me, allora non mi sentirò più di tanto in colpa.

Come tutte le emozioni anche questa ha un grande e utile significato per l’individuo e per la specie. Proviamo a pensarci…

A cosa può servire?

Perché può essere utile provare senso di colpa?
Quest’emozione serve ad aiutarci ad avere un comportamento considerato corretto, che ci farà stare in relazione, avere rapporti, appartenere ad un gruppo, essere accettati e inclusi, poiché ci conformiamo alle regole sociali e non feriamo l’altro.
Tutte cose fondamentali per noi che siamo animali sociali, non trovate?

Vi capita di provare questa emozione?

Rispetto a cosa?
E a chi?
Soprattutto se la provate di frequente, o se quando la vivete essa tende ad essere particolarmente intensa, se quindi vi pare di provarla in modo “esagerato”,
eccovi alcuni suggerimenti per stemperarla e gestirla bene.

  • Trovare le motivazioni vere e reali del proprio comportamento, capire davvero perché ci si è comportati così.
    Riflettere su queste cose ci può servire perché spesso le motivazioni/il perché facciamo una cosa non hanno a che vedere con gli esiti/gli effetti sugli altri che le nostre azioni possono comportare (danno a qualcuno). Ad esempio, se ad una selezione per un lavoro, a cui partecipo con un’amica, scelgono me e questo fa stare male la mia amica potrò sentirmi in colpa; ma non mi sentirò eccessivamente in colpa se mi focalizzo sul fatto che non volevo ferire l’amica, farle del male, sottrarle un lavoro. Non era questa la mia intenzione: il mio scopo e il mio intento erano ben altri. Il dispiacere dell’amica è, come dire, un effetto collaterale del mio aver superato il colloquio, non quello che io volevo intenzionalmente causare in lei.
  • Distinguere il peccato dal peccatore distinguendo quindi il proprio valore personale dai propri errori/mancanze/difetti.
    Se, ad esempio, ho fatto una battuta che ha disturbato un amico, mi può aiutare a non sentirmi oltremodo in colpa il capire che ho fatto una battuta infelice, riuscita male o che non è stata capita e non che io sono una persona insensibile, irrispettosa, cattiva.
  • Considerare altre cause o responsabilità nel danno oltre alla propria azione o omissione: chi altri, oltre a me, ha una quota di responsabilità in quello che è accaduto?
    E in che misura/quantità?
  • Valutare/accettare se davvero in quel momento, a quelle condizioni, andava bene agire così, si pensava che si poteva/doveva agire diversamente: a volte ci colpevolizziamo. Con il senno di poi, a posteriori, sapendo come sono andate le cose, o avendo in mano informazioni ed elementi che al tempo dell’azione per cui ci sentiamo in colpa non avevamo.
    Considerare che quando abbiamo scelto/fatto quello che abbiamo fatto non sapevamo alcune cose – o come sarebbe poi andata a finire – può aiutare ad essere dei giudici meno severi e più obiettivi verso se stessi.
  • Valutare il reale (e non temuto o presunto) danno arrecato: può capitare che sopravvalutiamo/esageriamo quanto “male” abbiamo fatto, quante conseguenze negative ha avuto davvero il nostro comportamento.
    Pertanto verificare nei fatti, magari con qualcun altro o proprio con le persone coinvolte, gli esiti reali ed effettivi del nostro comportamento può aiutarci ad avere maggiore obiettività.
  • Cercare se e come si può accettare di aver sbagliato, ad esempio confrontandosi con altri che accettano meglio propri errori, o ripensando ad altri errori o responsabilità che si sono meglio accettati.
    Soprattutto se/quanto non possiamo tornare indietro e cambiare come sono andate le cose, è utile lavorare nella direzione di accettare quello che è successo e cercare di non affliggerci inutilmente rimuginando sul latte versato
  • Da un punto di vista più comportamentale, ciò che ci può aiutare a ridurre/gestire la colpa è: espiare (stabilendo un corretto rapporto tra colpa e pena), ovvero darci una pena, fare qualcosa per compensare/diminuire/eliminare il danno causato; provvedere verso chi ha subito il nostro danno (vs. rimuginare senza darsi pace e rimanendo in stallo), ovvero aiutare chi è stato da noi “ferito”; cercare di rimediare in altri modi (ad esempio con denaro) o altre persone (ad esempio facendo volontariato, aiutando chi è nel bisogno, dedicando del tempo in favore di qualcuno che c’entri con la nostra colpa (o anche no), in modo da creare una sorta di compensazione). Banalmente, chiedere scusa, provare a condividere il proprio stato d’animo, a spiegare le proprie ragioni e motivazioni.
  • Può sembrare un po’ strano, ma soprattutto se siamo “facili” a sentirci in colpa a volte può aiutare anche provare “volutamente” a fare delle omissioni/errori e vedere come va rispetto alle proprie valutazioni di conseguenze catastrofiche. Provo apposta a fare qualcosa di un po’ “sbagliato”/non fare qualcosa che considero corretto e vedo come va davvero, se davvero accade ciò che io temo dato quello che ho fatto/non ho fatto, se davvero le mie sono “colpe” e se vengo per questo punito.

Francesca Baggio
Psicologa e psicoterapeuta cognitivo comportamentale, si occupa di promozione della salute, di benessere, prevenzione e trattamento.