Proviamo a raccogliere qualche spunto per provare a cambiare i nostri schemi, al fine di uscire da trappole del passato che lungi dall’aiutarci oggi, da adulti e/o come genitori, rischiano di ostacolare la nostra salute e il nostro benessere. Quasi fossero delle “cartine” di un territorio – noi, gli altri, le relazioni, la vita – che hanno necessità di essere aggiornate perché sono obsolete.

L’ipotesi di Young e colleghi, fondatori della Schema Therapy, è che quando viene attivato un nostro schema noi reagiamo come abbiamo imparato a reagire.
Esattamente come se ciò che pensiamo (frutto del nostro passato) fosse assolutamente vero: sempre, con tutti, anche adesso. Quindi reagiamo non tanto alla situazione attuale e presente, specifica, unica, ma ad una sorta di “stereotipo”, ad un “pregiudizio”.
Le nostre risposte pertanto, spesso non sono buone, utili e corrette oggi perché sono “vecchie” (quello che abbiamo imparato magari 10, 30, 50 anni fa), obsolete (sempre quelle di allora, quando eravamo bambini con gli adulti di allora), rigide (sempre le stesse, non modificate, migliorate, aggiornate, flessibili).
Le nostre risposte allo schema vengono chiamate stili di coping: essi sono il modo in cui il bambino ha imparato che è meglio agire quando vive alcune situazione, quando si attivano alcuni schemi.

Essi sono generalmente adattivi durante l’infanzia e possono essere considerati dei meccanismi funzionali di “sopravvivenza”: ad esempio, se avevamo un genitore dominante e aggressivo da bambini possiamo avere imparato che è meglio arrendersi e sottomettersi. Con il tempo tuttavia i nostri stili di coping tendono a diventare disadattivi: messi in atto in modo automatico e inconsapevole, determinano il mantenimento degli schemi disfunzionali.
Se anche da adulti, in qualsiasi rapporto con figure autorevoli, ci comportiamo sempre e comunque in modo arrendevole e passivo non è detto che ciò sia utile, anzi. Anche perché non ci permette di vedere e toccare con mano che non tutti sono aggressivi e dominanti, non ci permette quindi di “cambiare idea”. Né tantomeno di sviluppare altre strategie di coping quali l’esprimerci, il negoziare i nostri bisogni, il sostenere i nostri diritti, lo sviluppare relazioni assertive.
In poche parole… nonostante la persona si trovi in condizioni ambientali e relazionali diverse, le sue modalità di comportamento le impediscono di fare esperienze nuove che potrebbero “correggere” gli schemi e insegnare/farle imparare nuove risposte.


Stili di coping prevalenti

  • resa
  • evitamento – o fuga
  • contrattacco – o ipercompensazione


Nel caso di coping della resa la persona si arrende allo schema, accettandolo come vero e sottomettendosi ad esso: lo schema non viene né evitato né contrastato, ma “agito”. Per esempio, un individuo con lo schema della Dipendenza tende a cercare, nel corso della propria vita, sempre persone forti dalle quali dipendere e da cui farsi guidare e controllare. In tal modo conferma e non si permette di smentire i suoi schemi, di cambiare idea, di cercare persone diverse e di imparare ad essere più autonomo e sicuro di sé.

Lo stile di coping dell’evitamento/fuga porta ad evitare l’attivazione dello schema, a vivere in modo tale che lo schema non si attivi. Ad esempio, una persona con lo schema della Sfiducia/abuso può evitare del tutto le relazioni interpersonali in modo da non entrare in contatto con il suo schema e vivere pertanto solo rapporti superficiali, poco significativi e importanti. Anche in questo modo, evitando, non potrà fare esperienza che “non è detto” che le cose vadano come sono andate in passato, non potrà sviluppare altre capacità personali e relazionali e nemmeno si permetterà di imparare a tollerare, accettare, negoziare eventuali delusioni.

Un terzo stile di risposta agli schemi è il di coping contrattacco/ipercompensazione: l’individuo reagisce all’attivazione dello schema opponendosi ad esso, contrattaccandolo, e comportandosi come se fosse vero proprio il contrario, quindi cerca di pensare, comportarsi, sentire come fosse vero l’esatto opposto. Per esempio, chi possiede lo schema dell’Inadeguatezza può cercare di comportarsi in modo il più possibile infallibile e perfetto, vivendo molto male i suoi errori e limiti; oppure chi ha sviluppato lo schema dell’Abuso può a sua volta diventare un bullo, per dimostrare al mondo che non è più debole e sottomesso. In sostanza, quindi, in tutti gli stili di coping i comportamenti messi in atto paradossalmente rinforzano e mantengono nel tempo lo schema disfunzionale!

Facciamo un ulteriore esempio. Se una persona ha avuto “troppo poco” presenza, accudimento, amore, può aver sviluppato lo “schema dell’Abbandono”. La credenza, certezza, interpretazione unica che le relazioni finiranno, che le persone ti abbandoneranno sempre; potrebbe allora cercare di proteggersi dall’attivazione di questo schema evitando i legami (strategia di coping della resa) che, con la loro rottura, potrebbero far soffrire, così come è stato in passato nelle sue prime esperienze traumatiche di abbandono, ri-attuando uno stile di coping di tipo evitante. Ciò purtroppo contribuirà a mantenere questo schema di funzionamento maladattivo, riperpetuando nel presente ciò che è stato nel passato, impedendo nuove letture di sé-dell’altro-delle relazioni (non è detto che ogni relazione sia sempre io abbandonato-l’altro abbandonante), nuove azioni e comportamenti (non è detto che debba evitare le relazioni), quindi nuove esperienze (vicinanza, amicizia, fiducia, amore) e scoperte (le cose possono andare anche diversamente da come mi aspetto e credo, e se anche succede ciò che temo non è detto che sia insopportabile e che era meglio non viverlo proprio)…

 

Cosa fare per provare ad uscire da queste trappole?

  1. Una cosa importante è la consapevolezza, quindi provare a capire se e quali bisogni emotivi di noi bambini (o dei nostri figli) non sono stati ben soddisfatti, di cosa non abbiamo fatto il pieno, quali esigenze profonde non hanno accumulato sufficienti e coerenti e sufficientemente stabili risposte e soddisfacimenti

  2. Di conseguenza potremmo provare a capire quali trappole/schemi abbiamo maggiormente sviluppato, o ci pare che si stiano creando nei nostri figli

  3. Da ultimo potremmo provare a individuare gli stili di coping prevalenti in noi e nei nostri bambini

  4. Motivante è capire quali sono i vantaggi e gli svantaggi in noi e nei nostri figli di queste trappole e delle modalità automatiche di risposta: questo ci servirà per trovare e mantenere la motivazione al cambiamento per provare a modificare alcuni nostri schemi e strategie di coping come persone o nel nostro ruolo di educatori

  5. Importante, inoltre, è che ci sentiamo responsabili noi, oggi, del nostro cambiamento: non gli altri ma noi possiamo e dobbiamo cercare ciò che ci aiuta a stare meglio e che può aiutare i nostri figli a crescere più capaci di benessere, soddisfazione, salute, adattamento

  6. Cambiare significa in questo caso promuovere reazioni, atteggiamenti e comportamenti che non si basino unicamente sul passato, soprattutto su condotte disfunzionali, ma sul presente, su un sé adulto e adattivo, che prova a “scegliere” come agire e non ripete gli stessi copioni di sempre. Figlia di quest’approccio è la frase “Sii l’adulto di cui avevi bisogno quando eri bambino”

  7. Cerchiamo infine di “costruire” l’immagine della persona/genitore che vorremmo essere, in modo dettagliato, magari prendendo spunto da noi stessi quando riusciamo a comportarci come ci piace di più, in modo più libero e funzionale; o ispirandoci a qualcuno che conosciamo e che può fungere da modello sano; o anche a personaggi di libri, serie TV, film. E cerchiamo di agire “come se” fossimo loro, ci sentissimo così, fossimo guidati e ispirati non dal nostro passato e dalle sue parti più buie, ma da ciò che vorremmo, che riteniamo migliore per noi e per i nostri figli, per la nostra vita da oggi in poi e per la loro.

Buon cambiamento!