Dal 6 aprile a Palazzo Ducale c’è Paola Pezzi.
Ci ha raccontato un pò di sè e del suo approccio con l’arte nel suo studio, a Milano qualche giorno fa.

Quali sono gli artisti ai quali più ti sei ispirata?

Tanti artisti, mi piaceva molto Beuys, il suo rapporto con la natura. Mi piaceva molto la land art. In un certo senso io facevo il contrario: i landartisti andavano nei luoghi per fare le loro opere, io portavo la terra nello studio. E poi l’arte povera: anch’io uso materiali comuni.

Qual è il lavoro al quale sei più affezionata?

Quello da cui sono partita, di sicuro.
Sono i miei nuclei terrosi, fasciati e bendati, che sembrano pietre. Era un’idea nata negli anni ’90 dalla distruzione di precedenti lavori.
È stato il mio punto di partenza vero nel mondo dell’arte. Un corpo di poliuretano espanso, rivestito e interrato: c’era questo scompenso strano, sembrava una pietra ma presa in mano era leggerissima.

Se dovessi scegliere un’opera che ti rappresenta ora?

Tutte, non una particolare.

C’è qualcosa dell’infanzia nelle tue opere?

Secondo me un artista ci nasce “artista”, tutto viene sempre preso e ripescato: ci sono sicuramente delle cose che ripercorrono dei fili da quando sono nata. Io disegnavo tantissimo, ho sempre avuto queste attitudini: ho fatto della mia passione il mio lavoro. Non c’è stato un punto di svolta nella mia vita: essere un’artista è un dato di fatto.

Quale può essere un nuovo modo di comunicare l’arte?

Oggi il linguaggio artistico ha tante contaminazioni, con l’uso del computer e delle tecnologie digitali.
Ma alla fine il lavoro artistico è universale: sarà sempre la stessa cosa anche se cambiano le tecniche. Ma su come comunicare l’arte non saprei rispondere.

L’artista per l’occhio comune è un personaggio sui generis. Ti è mai capitato di sentirti fuori dal comune?

Questo sempre: sei sempre visto come una persona strana. Ma per me è una stranezza normale: non saprei come definire questa diversità, perché si mira a cose un po’ diverse rispetto a quelle comuni. Per esempio io ho vissuto 20 anni in una stanza di pochi metri quadri dove producevo tantissimo, però non mi ponevo problemi. Magari un’altra persona non l’avrebbe mai fatto.

È una diversità che diventa un valore aggiunto per lo sguardo che come artisti avete sul mondo, no?

È vero, io lo vivo come un privilegio pazzesco perché non tutti hanno la possibilità di fare quelo che facciamo noi.

L’essere donna nel tuo ambiente è una cosa positiva o una fonte di pregiudizio?

All’inizio mi dicevano «Sei molto brava, peccato che sei una donna». Ma era il pubblico maschile a dirlo, gli “altri”. Ma nel mio lavoro non c’è femmina o maschio: l’artista è un angelo. Non ho mai vissuto il mio essere donna come un problema nel mio lavoro.

Cosa significa per te essere donna?

Come per te, è la stessa cosa: non ci sono differenze. Sono sempre andate verso le cose in cui credevo.

Come scegli i materiali che usi?

Il mio è un lavoro antiscultoreo e antimonumentale da sempre: appendo sempre le mie sculture. I materiali rispecchiano un universo femminile: ho sempre desiderato materiali duttili, morbidi sensuali, anche se mi è capitato di usare il marmo.
E mi incuriosiscono i materiali di oggi.

Più valenza estetica o concettuale nella tue opere?

Io non sono mai appagata dall’opera, altrimenti non avrei fatto tutti questi passaggi. Non sono mai contenta del mio lavoro: l’opera è un viaggio e guai se ti fermi. L’opera deve essere una sorpresa: il mio piacere segue il lavoro. C’è sempre una valenza concettuale, ma la “piacevolezza” è una conseguenza dei materiali che uso.