Nelle fotografie di Giulia troviamo un’interpretazione di romanticismo che è contemporanea ma allo stesso tempo sfuggente. Malinconia e bellezza femminile convivono esaltando le sfumature più sottili dell’essere donna.
Ecco l’intervista, buona lettura!

Come nasce questa passione e cos’è per te la fotografia?

Sono sempre stata appassionata di fotografia, e ho iniziato a fotografare ai concerti di amici e del mio compagno, ma senza darci troppo peso, con leggerezza.
All’università, studiando il Dams – tanta storia dell’arte, letteratura e teatro – mi sono fatta una cultura dell’arte figurativa in generale, che passa dai movimenti artistici come pittura e scultura.
La pittura e la musica sono sempre state presenti in modi diversi nella mia vita…
La spinta vera a fotografare però in maniera più pensata, arriva quando è mancato mio papà. Mi sono sentita mancare la terra sotto i piedi e quando mi sono ripresa dallo stordimento iniziale, ho capito che non stavo vivendo, non stavo facendo nulla che mi appassionasse davvero.
Come se avessi paura di prendere seriamente qualcosa.
La fotografia era una passione che condividevamo, e lui è sempre stato grande appassionato di fotografia, ci ha sempre fatto molte foto – documentando tutta la vita familiare.
Ho detto faccio qualcosa e voglio andare fino in fondo: voglio darmici con tutta me stessa anche rischiando di fallire e incontrare un rifiuto – che poi è in realtà la mia più grande difficoltà.
La fotografia per me è indissolubilmente legata alla storia dell’arte: la considero da sempre la sorella minore della pittura e ha un debito grosso in termini del linguaggio nei confronti delle arti figurative maggiori (ad esempio le regole della composizione fotografica sono prese pari pari da quelle della pittura).
Nella tecnica che uso, ho iniziato a studiare quindi la luce nei quadri, per andare così nella direzione della pittura.
È un modo per esprimere me stessa attraverso gli altri: cerco sempre qualcosa di me nelle persone che fotografo.
Un modo di guardare gli altri per cercare me stessa e cercare di dire cose che non riuscirei a dire con le parole.

Perché la Donna come soggetto prevalente – se non assoluto?

Perché le donne sono vanitose e si prestano meglio degli uomini! Sono naturalmente portate a farsi fotografare. 
Dopo tanti anni di conflitti con le donne che mi stavano intorno ho riscoperto il fascino delle figure femminili che sanno essere tante cose in una.
Sanno essere ribelli, docili, eteree, misteriose, raffinate eleganti nella stessa foto. Gli uomini no.
Soprattutto quando non mi guardano, sanno mettersi a nudo in una maniera più essenziale e completa.

È difficile fotografare una donna?

Sì è difficile, perché cerco di dare l’interpretazione giusta – con il viso giusto – all’idea che ho avuto.
Cerco di andare oltre e trovare qualcosa di assoluto e ideale nella persona che fotografo.
Qualcosa di eterno.
Fermare il tempo: non mi interessano gli scatti rubati o le pose naturali.
E comunque bisogna trovare una sinergia per entrare in contatto profondo perché la modella si fidi e io pure, e tutto questo deve avvenire in poche ore.
A volte succede subito, a volte dopo, ma succede.
Prima o poi succede. Succede che ognuna rivela un lato della propria personalità.
Le mie idee sono veicolate dalla sinergia con chi si fa fotografare.

Chi sono le tue modelle?

Amiche, conoscenti, amiche di amiche… Persone normalissime che si sono volute mettere in gioco per sfidarsi e capire fino a dove riescono ad arrivare.
Ho dei bei progetti in mente, ma non svelo ancora nulla – per scaramanzia!

 

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