Ci sono due cose che mi frullano in testa da quando era ormai chiaro che Gloria Trevisan e Marco Gottardi non ce l’avevano fatta, non c’era possibilità che si fossero salvati dall’incendio della Grenfell Tower di Londra. E sono due frasi.

La prima è della mamma di Gloria: «È andata a Londra perché voleva aiutarci, voleva sostenere la sua famiglia e solo lì ha trovato un lavoro che le garantisse uno stipendio dignitoso. Qui le offrivano dai 300 ai 400 euro al mese». L’altra è della collega del secondo lavoro che la giovane padovana aveva trovato nella capitale britannica: «Una volta che sei fuori è difficile tornare perché le condizioni che ti offrono sono sicuramente peggiorative».

Tutta la vita davanti, fino alla Grenfell Tower

Gloria e Marco erano due giovani architetti veneti, neolaureati allo Iuav di Venezia e con tanta voglia di fare. A Londra erano arrivati a marzo: lui lavorava nell’ufficio londinese della Ciao – Creative ideas & architecture office e lei aveva cominciato, solo una settimana prima dell’incendio, una sostituzione maternità di sei mesi nello studio Peregrine Bryant architecture & building conservation, perfettamente in linea con la sua specializzazione in restauro e conservazione dei beni. Ventisette anni, innamoratissimi, il lavoro per il quale avevano studiato e tutta la vita davanti: i motivi per piangere e incazzarsi per la loro morte ci sono tutti, ma lutto e rabbia devono essere prerogativa delle loro famiglie. A me resta però qualche riflessione.

Costretti a partire, difficile tornare… 

La morte di Gloria e Marco è colpa di chi ha mal costruito e mal ristrutturato la Grenfell Tower usando materiali scadenti (ho letto di pannelli di rivestimento infiammabili, l’inchiesta britannica farà meglio luce). Anche se pesa come un macigno l’espressione “costretti a partire” detta dai genitori di Gloria, dalle testimonianze lette sui quotidiani e dall’attività social della ragazza si vede chiaramente che erano felici di vivere quella esperienza all’estero. Un’esperienza: qualcosa che ti segna e ti insegna e con cui, mattone dopo mattone, si costruisce la propria persona. Nel mondo che sogno per tutti i ragazzi come Gloria e Marco, ma anche per gli adulti che vogliono rimettersi in gioco (perché no?), andare all’estero dovrebbe essere non “l’unica” via, ma “una” via. E questo paese dovrebbe creare le condizioni affinché tornare resti sempre una opzione valida.

Continuate a cogliere opportunità, anche per Gloria e Marco

A prescindere da quanto effettivamente l’Italia ora (non) offra ai giovani, io ritengo che un’esperienza di studio o di lavoro all’estero sia fondamentale, soprattutto per se stessi. A partire dell’Erasmus o da altre borse di studio internazionali, fino a tutte le opportunità che si possono sfruttare nel mondo del lavoro. Certo, se lo si vuole. Pochi giorni fa una mia futura ex studentessa (insegno comunicazione alla quinta superiore di un liceo) che, tra l’altro, non esclude di iscriversi il prossimo anno all’università in Spagna, mi ha detto: «Noi siamo la generazione che si muoverà ancor più di adesso, che cambierà città e paesi con una certa velocità». «Io te lo auguro», le ho risposto di getto. Proprio perché nel mio mondo ideale andare E tornare devono avere lo stesso valore. Insomma, la vita a un certo punto chiede di fermarsi, ma prima fare i bagagli deve poter essere una bella opportunità da cogliere se si vuole. Non una scelta obbligata.