Già nel nome d’arte troviamo qualche indizio: Raba – in sanscrito indica un simbolo o un segno – Rama – legato alla divinità
Un nome che si ricollega ad un segno divino, e opere che celebrano il corpo umano come sintesi tra microcosmo e il resto dell’universo.
Ho avuto il piacere di conoscerla per l’intervista, e posso confermare che è una donna affascinante e carismatica, molto gentile e disponibile. Una Nefertiti d’altri tempi.

Il corpo come emozione

Paola Epifani, romana ma padovana d’adozione, è figlia d’arte e le sue sculture sono internazionali: le abbiamo potute ammirare un po’ ovunque, da Parigi passando per Shangai – facendo tappa negli Stati uniti.

Uomini, donne, creature ibride rappresentate attraverso pattern che mimano tanti diversi puzzle.
Corpi completamente nudi e tatuati, quasi a voler raffigurare l’uomo che verrà: un uomo computerizzato, che pullula di cellule e porta con sé un dna modificato da storia, emozioni ed esperienze – e in continua mutazione.

C’è un qualcosa di trascendente, un ponte tra passato, presente e futuro, che ci evoca emozioni che sentiamo lontane, ma sono molto vicine, fanno parte di noi e della nostra storia.

 

Spesso non è ben vista dai critici perché troppo commerciale, ma personalmente posso dire che a me ha sempre colpito.

È rimasta impressa nella mia mente dalla prima opera che ho incrociato, e se non altro non si può dire non sia stata brava nel crearsi uno stile figurativo unico, personale e distinguibile tra molti.

Lei è così, punto. Può piacere o non piacere, ma Rabarama è lei: la puoi riconoscere tra mille ed è in grado di stimolare emotivamente ed intellettualmente il fruitore.

Ecco l’intervista dopo una lunga chiacchierata con l’artista nel suo atelier.

Smazing intervista Rabarama 

Da dove nasce questa passione che ti ha portato a diventare un’artista?

Questa passione è insita nel mio DNA; mio padre è pittore e sculture mentre mia madre è ceramista, e sicuramente il fatto di crescere in una famiglia di artisti mi ha portata ad avvicinarmi a questo mondo fatto di emozioni e passione con molta naturalezza. Sin da piccola, infatti, mi sentivo più a mio agio nel comunicare pensieri ed emozioni attraverso la scultura.

Essere un’artista donna ha più vantaggi o svantaggi in un mondo – quello dell’arte – prevalentemente maschile?

Essere una donna, come un po’ in tutti i lavori, mi metteva in una posizione di svantaggio soprattutto perché il fare scultura prevede l’utilizzo di molta forza fisica soprattutto lavorando nella grande dimensione e con materiali come marmo, legno o metallo. Sempre per lo stesso motivo, anche il mio nome d’arte così particolare era stato pensato per nascondere la mia identità, per calare un velo di mistero e lasciare che fossero le mie opere a parlare per me.

creazione protoripo – ©Michele Gregolin per Rabarama

Come scegli quello che poi vai a rappresentare?

La creazione per me è un momento catartico: partendo da un concetto da trasmettere, dò forma alla figura adattandone la posa alle incisioni in modo tale da coinvolgere emotivamente il fruitore. Proseguo incidendo la pelle a seconda dell’idea e dell’emozione del momento, finché sento di aver descritto ogni dettaglio.

Quali materiali prediligi?

Normalmente utilizzo l’argilla semirefrattaria rosa per realizzare tutti i prototipi, che poi verranno trasformati, in base ad una mia scelta, in bronzo, alluminio, marmo, vetro, gomma siliconica, resina, ma anche in oro o argento, a seconda del progetto da realizzare.

Ogni materiale ha un procedimento di lavorazione differente, che incide molto sul tempo di esecuzione dell’opera stessa. Ad esempio, nel caso delle tirature limitate in bronzo, l’opera, una volta riprodotta dalla fonderia, torna in Atelier dove ogni singolo esemplare viene completamente dipinto a mano; ogni scultura avrà colorazioni diverse e, nel caso delle superfici lisce, varieranno anche i pattern, garantendo un’ulteriore unicità.

Discorso completamente a sé stante va fatto per il marmo, che, sin dall’antichità, replicava il prototipo dell’artista riportandolo per punti sul materiale marmoreo prescelto impiegando quindi moltissimo tempo poiché completamente scolpito a mano; questo fino ad una decina di anni fa. Negli ultimi anni, grazie all’innovazione tecnologica, che aiuta gli artisti e gli artigiani a velocizzare la lavorazione, utilizzando un sistema di scansione del prototipo, è possibile, attraverso dei macchinari, realizzare l’opera arrivando ad una definizione del 95%.

Qual è in media il tempo di realizzazione di un opera?

Nella scultura i tempi sono molto dilatati: il lavoro inizia in Atelier, dove realizzo la scultura in argilla – e il tempo necessario per la realizzazione è determinato dalla dimensione dell’opera stessa.
Una volta terminata, viene portata in fonderia dove ci vorranno all’incirca 3 mesi per la riproduzione in bronzo. Nel caso in cui l’opera sia un’edizione originale, che prevede al massimo 12 esemplari, come dicevo prima l’opera viene riportata in studio per la dipintura, mentre nel caso dei multipli, ossia tiratura superiore a 12, la scultura in bronzo verrà ultimata con una patinatura o lucidatura eseguita direttamente dalla fonderia. Diciamo che siamo su un 6/7 mesi come media, anche se la lavorazione varia da opera a opera, ed è difficile analizzarne le tempistiche.

L’atto creativo per uno scultore si identifica nell’ideazione e nella successiva creazione del modello originale, ed è un momento talmente intimo che non desidero condividerlo con nessuno. Terminata questa fase, è necessaria la collaborazione con le maestranze affinché il prototipo si trasformi nel materiale prescelto.

Nel mio lavoro sono supportata da uno staff tecnico che collabora con me nella rifinitura e dipintura.

Rabarama by Hikari Kesho

Cosa esprimi con le tue opere? Qual’è il messaggio profondo celato dal tuo stile figurativo?

Come detto poco fa, la scultura è il mio personale linguaggio per trasmettere messaggi legati alla ricerca personale, verso la consapevolezza del sé; il mio è stato un percorso artistico intrecciato, come spesso accade agli artisti, con esperienze vissute. Le mie creature sono raccolte, pensanti, colte mentre riflettono su loro stesse e sul significato della loro esistenza, domanda che credo si sia posto ognuno di noi almeno una volta nella vita. Inizialmente credevo non ci fosse un modo di sfuggire alla predestinazione insista in ognuno di noi, generata da due elementi: dal DNA, che ho voluto rappresentare ed incidere sulla pelle delle mie opere attraverso puzzle e nidi d’ape, e dall’ambiente in cui cresciamo, rappresentato da labirinti. Successivamente, i viaggi in Oriente mi hanno insegnato, tramite l’approccio con antiche culture, che una scelta è possibile, sta a noi trovarla raggiungendo prima la consapevolezza – e sarà poi quest’ultima che ci permetterà di riconoscere e coltivare le nostre potenzialità per poi interagire con gli altri ed il mondo che ci circonda.

Qual’è l’artista donna a cui più ti sei ispirata…

Senza dubbio Louise Bourgeois; le sue opere così forti e profonde mi hanno sempre suscitato intense emozioni, probabilmente perché sento le sue tematiche molto affini alla mia esperienza di vita. Nelle sue opere trasmetteva sentimenti, pensieri ed emozioni legate al suo vissuto, a rapporti intimi che coinvolgono nel personale. Con le mie creazioni cerco di trasmettere messaggi al fruitore, che derivano dalle mie personali ricerche ed esperienze, non sempre positive e, per comprendere ancor meglio il perché di questa affinità elettiva, desidero concludere questo pensiero citando una sua frase: “Ogni giorno si deve abbandonare il passato o accettarlo e se non si riesce ad accettarlo si diventa scultori.”

Come vedi il mondo dell’arte nell’era social?

Come in ogni rivoluzione, credo ci siano dei lati positivi e dei lati negativi nell’utilizzo dei social: se da un lato è diventato più facile divulgare idee ed utilizzare nuovi linguaggi artistici, dall’altro si nasconde il rischio che questi vengano più facilmente preda di furto o plagio. Altro aspetto positivo è il più facile contatto con il pubblico, prima filtrato da critici d’arte, gallerie d’arte, ecc. Ad ogni modo, è sicuramente necessario ed importante imparare a gestire bene questi nuovi mezzi.

Quale può essere un nuovo modo di comunicare l’arte?

Inizio con il dire che l’arte è comunicazione; sicuramente le nuove tecnologie di cui siamo in possesso possono dare vita a nuovi linguaggi, permettendo a chiunque abbia un messaggio da comunicare di tradurlo in forma nuova.

Più valenza estetica o concettuale nella tue opere?

Credo che queste due caratteristiche si muovano di pari passo nelle mie opere; cerco di coniugare la bellezza, proponendo la forma del corpo come nell’arte classica, con una ricchezza e varietà di contenuti visibili nel colore, nelle incisioni e nelle simbologie.

L’opera a cui sei più affezionata…

Il titolo è Trans-mutazione, una mia scultura del 1997, sulla cui versione monumentale sono stati eseguiti degli scatti in collaborazione con l’artista fotografo Hikari Kesho, in cui l’immagine riprodotta visualizza una fusione della mia persona con l’opera stessa tramite la tecnica del body painting. Mi ritrovo molto nella sua posa riflessiva, dove l’incrocio delle braccia e delle gambe è studiato per concentrare l’energia in un unico punto. Ogni giorno cerco, tramite la mia arte, di scoprire di più su me stessa e al contempo, grazie alla continua ricerca formale e concettuale, comprendere sempre più l’essenza dell’essere.

La tua giornata tipo…

Mi alzo molto presto; il mio primo impegno è fare una bella passeggiata al parco la mia cagnolina Baguette.
Poi raggiungo il mio Atelier e lavoro tutto il giorno alla creazione di nuovi prototipi piuttosto che dedicarmi a nuove collaborazioni e progetti.
Spesso devo recarmi presso le fonderie e i marmisti con i quali collaboro, dipende molto dalle opere in fase di realizzazione. Quando la sera rientro a casa finalmente posso ritagliarmi qualche ora solo per me e dedicarmi alle mie passioni personali, quali la cucina, il giardinaggio, la lettura e, ovviamente, ad accudire la mia piccola Baguette.

Attualmente stai lavorando a qualche progetto?

Più di qualcuno – e sempre in contemporanea. Ad esempio, già la prossima settimana sarò a New York come madrina del Padiglione Italia all’Art Expo, grazie alla collaborazione con Contemply Art. Subito dopo, inaugurerò una mostra a Milano presso MiArt Gallery in Via Brera, mentre in autunno sarò a Roma per un’importante esposizione a cui sto lavorando da più di un anno in collaborazione con Canovarte presso lo Stadio di Domiziano.

Inoltre, una collaborazione di cui mi fa molto piacere parlare, riguarda la fondazione Face 3D per un progetto molto importante che aiuterà i bambini colpiti da tumori facciali: sono stata infatti contattata per realizzare una maschera che quest’anno per la prima volta ne diventerà simbolo. Sono molto sensibile a queste cause e se posso essere d’aiuto, io ci sono. Sarò la prima, e anno dopo anno verranno chiamati altri artisti, per sensibilizzare e aiutare la ricerca, ma anche per raccogliere fondi per l’acquisto di macchinari destinati ad ospedali pubblici. Perché il diritto alla salute deve essere per tutti, e non solo appannaggio di pochi.