Cara piccola mia, fra un paio di mesi dovremmo conoscerci e negli ultimi due, a causa del Coronavirus, abbiamo vissuto insieme un’esperienza inedita, a tratti surreale, chiamata quarantena. Fra un po’ le gabbie si riapriranno in una qualche misura, e io mi ritrovo a mettere nero su bianco parole che mi frullano e cambiano in testa da settimane. Che spiegano quello che, forse, hai percepito anche tu.

Tu e io siamo in clausura, un po’ per scelta e un po’ per forza, dal fine settimana del 21 febbraio, quando è partito tutto, anche perché viviamo in Veneto. In questi giorni in cui, a spizzichi, ti sto scrivendo stiamo festeggiando ben dieci settimane di isolamento. I cambiamenti sono stati veloci, man mano che salivano numeri e curve dei contagi. Io sono freelance, l’ufficio in casa è la mia realtà da anni. Ma in pochi giorni si è stravolto tutto il resto: mentre il lavoro per l’incarico “storico” che ho si moltiplicava, tutti quelli temporanei saltavano. Poi anche tutto il tempo libero di qualità è stato cancellato. E io mi sono lasciata travolgere dalla “situazione Covid-19″ per un mese abbondante.

È stato pesante, fisicamente e psicologicamente. Non ho mai ceduto veramente, ma mi son resa conto “dopo” quanto fossi entrata in un vortice negativo: mi sono lasciata assorbire dal lavoro, dal contesto della pandemia, dalle paturnie – mie o indotte – e non mi sono presa cura di me. Che poi significa che non mi sono presa cura nemmeno di te, proprio nelle settimane in cui lievitavi, cominciavi a farti sentire davvero, e rendevi definitivamente tonda e assolutamente non più camuffabile la mia pancia. Bella anche, perché esteticamente lo è: è proprio bella.

La prima volta che mi sono data all’autogestione e ho fatto yoga al mattino, dopo settimane di inattività, è stato il segnale che mi stavo “descantando” (il dialetto a volte è inarrivabile). È successo a cavallo fra marzo e aprile. Poi ci sono stati i momenti in cui ho ripreso aerobica (blanda), ho decorato casa per Pasqua, con papà abbiamo improvvisato uno shooting per ricordarci che siamo stati incinti, sono uscita per delle spese senza sentirmi in colpa, ho ricominciato a disegnare, ad ascoltare più musica e meno radio… l’unico neo è che leggo sì tantissimo, ma solo cose connesse a Covid-19. Però posso dire di aver ripreso il controllo. E ho iniziato a riflettere, anche in prospettiva. Ecco, quindi, cosa questa quarantena mi sta lasciando.

Le “lezioni” del Coronavirus

La prima cosa che ho dovuto fare in questo periodo è stata accettare definitivamente il fatto di essere (temporaneamente eh) un soggetto debole. Una donna incinta è un soggetto debole. Quanto mi ha rugato questa consapevolezza… diciamo pure che mi sono girate le scatole. Dover stravolgere ancora di più le mie abitudini e limitare ulteriormente le mie libertà, perché in questo contesto di incertezza è meglio non rischiare. Poi ho capito che serviva a proteggerci, e mi sono sentita meno debole ma più responsabile. “Debole” però resta un aggettivo scomodo, che ti insegneremo a guardare con molto sospetto.

Poi, la sospensione. Sensazione subita e solo dopo “navigata”: ho imparato a galleggiare su questa sorta di onda, che è l’unico modo per non affondare. In queste settimane era tutto sospeso: se e quando si sbloccheranno “cose” di lavoro; se e quando avremo potuto finire l’ultima parte di ristrutturazione di casa (che, per inciso, riguarda la tua camera); se consentiranno a tuo papà di assistere al parto… e tanti, tanti altri “se”, alcuni nel frattempo con risposta, altri ancora no. Ma ciascuno con la sua carica di incertezza fastidiosa. Alla fine, ho imparato a nuotare su ciò su cui non posso intervenire.

Per quanto riguarda le cose, invece, che sono in mio potere, ho realizzato in queste settimane di blocco da un lato, ma iperattività dall’altro, che il tempismo non è una mia dote e su questo devo lavorare molto, sia a livello personale che professionale. Macino e frullo idee in continuazione, ma la visione che ho di esse mi frega, perché tendo ad aspettare il momento in cui mi possano uscire come le ho immaginate. Nel frattempo porto avanti, potenziandolo e migliorandolo pure, quel che “già” c’è, lasciando “lì” progetti che non saprò mai se mi daranno la soddisfazione che ho avuto nel pensarli. Un po’ meno perfezionismo, un po’ più di sportività e intraprendenza nel fare. Mi impegnerò. Anche perché la vita comunque scorre, indipendentemente da quello che fai: la prima volta che, facendo la spesa, è capitato il cartone del latte con scadenza in un giorno in cui dovresti già essere qui, la mia prima reazione è stata “oh cavolo”. E la vita non si affronta con “oh cavoli”.

In questo senso, sul piano professionale, ho anche capito che devo modificare il mio rapporto con il lavoro. Che è bellissimo, capiamoci: sia io che tuo papà siamo fortunati perché amiamo quel che facciamo, e se c’è una cosa che già spero per te è di trovare, quando sarà il momento, quel qualcosa che ti appassiona davvero sul quale investire. Quel che devo io imparare a fare, invece, è distaccarmi un po’. Per dire, io mi racconto che tutte le volte che mi incazzo o mi incupisco quando qualcosa non funziona, non ti sto trasmettendo disagio, bensì l’amore e la grinta che ci metto nel mio mestiere… me lo racconto, sì, poi mi ricordo anche di essere campionessa mondiale di auto-accondiscendenza. Amo il mio lavoro ma non sono solo il mio lavoro, dovrebbe essere questa la lezione. Dovrebbe.

Mi sono anche scoperta una persona riservata, da rasentare lo snobismo direi. Nonostante logorrea ed espansività restino la mia cifra, su ciò che riguarda la mia sfera privata sono in grado di alzare dei muri invalicabili, anche da chi ritengo sia un ottimo amico. Ci saranno molte persone che scopriranno che ci sei leggendo queste righe, e avranno voglia di mandarmi a quel paese. Un po’ perché volevamo dare la notizia di persona il più possibile, ma le nostre vite caotiche alle quali si è aggiunta la quarantena hanno bloccato il piano. Un po’ perché – anche se suona strano – sono “socialmediaticamente” pigra e non amo i messaggi cumulativi, e un po’ perché percepivo quasi sempre fuori luogo il dire “ah, sono incinta”, quando una conversazione non era su cose personali. E sai una cosa? Questo tratto di me, maturato negli anni, mi piace.

In queste settimane, poi, una riflessione comune a tutti è stata sulla solitudine. Ti insegneremo che nella vita è fondamentale stare bene con se stessi e camminare saldi sulle proprie gambe, prima di prendere sottobraccio qualcuno e percorrere insieme la strada o tratti di essa. Però, piccola mia, la verità è questa: se tuo papà ed io non fossimo stati insieme in questo periodo, non sappiamo davvero come ce la saremmo cavata. Condividere una risata, una preoccupazione, un pensiero, ma soprattutto il contatto: un abbraccio o una carezza, perché spesso le parole non bastano. Siamo pieni di strumenti tecnologici che ci fanno sentire meno soli, e si sono rivelati una benedizione soprattutto nelle prime settimane. Ma non sono sufficienti: in questa quarantena il momento che più mi ha stretto il cuore è stato, in videochiamata a Pasqua, vedere tua nonna quasi piangere per la distanza nel parlare con noi, tuo zio e i tuoi cugini, in una pausa dalla copertina che ti sta facendo a maglia (insieme a tante altre cose). Non ci vede dal 7 marzo, non ci abbraccia dal 23 febbraio: se li mettiamo in fila, i giorni sono tanti. L’uomo resta un animale sociale e fisico. Che tipo di socialità potremo insegnarti, e permettere a chi ci circonda, nel contesto di “convivenza col Coronavirus” in cui nasci, me lo sto chiedendo tutti i giorni, davvero.

Come mi sto chiedendo in che modo esploreremo insieme il mondo, quando si potrà. Nel 1997, mia prima volta all’estero da sola con la classica vacanza-studio, ho deciso che ogni anno sarei andata in un paese straniero diverso con il preciso obiettivo di vedere un bel pezzo di mondo prima di morire. Una regola che sono riuscita a portare avanti in modo dignitoso negli anni, nonostante qualche intoppo dovuto soprattutto al lavoro e al fatto che – da quando io e tuo papà stiamo insieme e da quando ho partita Iva – ci si può muovere con facilità solo nel dannatissimo e costosissimo mese di agosto. Ma la fame di bellezza, vicina e lontana, che è cresciuta in queste settimane mi ti fa promettere che non rinunceremo più a nulla. In qualche modo faremo. Anche perché proprio in questi giorni papà ed io dovevamo essere “da qualche parte” a festeggiare dieci anni di noi due, per l’ultima volta tecnicamente in due. Questa pandemia mi deve un viaggio. Intanto mi accontenterei di riuscire a portare il pancione in montagna prima che decidi di uscire, eravamo partiti così bene con le ciaspolate questo inverno…

E ora?

Covid-19 mi ha anche regalato un rinnovato e meraviglioso rapporto con il silenzio e un attaccamento maggiore alla natura, per noi che abbiamo la fortuna di avere un pezzo di giardino: in queste settimane siamo passati dall’amarlo profondamente ad adorarlo con venerazione. Vedi di farti piacere questa casa, piccola mia, perché i tuoi genitori qui ci hanno veramente seminato la felicità. La domenica mattina aprire le finestre e non sentire macchine, ma solo uccellini, api e un po’ di vociare dei vicini di casa. Alla sera sedersi fuori in giardino e ancora: zero macchine, solo il frusciare del vento fra gli alberi. Il piacere di osservare quotidianamente i cambiamenti e il divertimento nel seguire l’educazione dei merletti nati sul nostro faggio. Sentire di respirare aria più pulita e vedere molta più vita non umana attorno a noi, perché le attività “di disturbo” erano scemate esponenzialmente. Questo in piccolo, da questo osservatorio che raramente ho lasciato in oltre due mesi.

Insomma, un nuovo modo di vivere su questa Terra è la vera sfida che, secondo me, questa situazione ci sta lanciando. C’è quella sanitaria, certamente, ma la scienza saprà arrivarne a capo, mentre l’unico nostro compito sarà quello di non metterle i bastoni fra le ruote. La sfida collettiva, dalle istituzioni alle realtà produttive ai cittadini, è e sarà mettere al centro il rispetto per l’ambiente nelle attività economiche e sociali, che significa mettere al centro la tutela di casa nostra. Una sfida che riguarda tutti, senza confini. C’è molta utopia in questo, ma anche molta preoccupazione. Perché la stessa pandemia, per tirare fuori due esempi banali, ci costringe a un uso massivo di dispositivi usa e getta, e io non so quando mi sentirò di nuovo sicura a salire su un autobus. Ma voglio essere ottimista e pensare che un pezzo dell’utopia, se condivisa da milioni, possa diventare realtà.

Non so cosa effettivamente succederà nei prossimi mesi. Magari di tutto, magari niente, magari tutto tornerà esattamente come prima, come se nulla sia successo e nessuno abbia imparato niente di nuovo. Però un mese fa, quando papà e io abbiamo passato un po’ di tempo armeggiando con luci, colori e macchina fotografica, abbiamo deciso di dipingerti sopra “sta andando tutto bene”. Perché i primi a crederci, e a impegnarci, dobbiamo essere noi.