È un giorno d’agosto di freddo e di montagna, uno di quelli in cui la felpa te la metti ancor più volentieri quando sai che il resto d’Italia boccheggia alitata da Lucifero in persona.

Pomeriggi d’estate

Siamo distesi sul prato, io a pensare al nulla, loro a giocare senza sosta, da ore.

Sono un cinema all’aperto, una commedia estiva, un Festivalbar di quelli che guardavi alla tv senza perderti nemmeno la pubblicità.

Il loro micromondo è fatto di complicità e competizione, rimbrotti e spintoni, sorrisi e pacche sulla spalla.

Rido e penso che sono proprio maschi: ci sono delle dinamiche che cominciano a questa età e te le ritrovi, nei trentenni baldanzosi, nei quarantenni impudenti, nei cinquantenni rampanti.
Azioni lineari, alle volte scontate, nulla di troppo elaborato ma essenzialmente semplice e misurato.
Niente dietrologie, nessun rancore

Passano così dall’essere compagni di gioco complici affiatati fino ad un attimo dopo in cui, senza che tu ne capisca il motivo, parte un cazzotto freddo e preciso, si ruzzolano a terra, uno sferra veloce un calcio, l’altro si para con una ginocchiata, poi la gomitata sul fianco, fino alla testata sul naso, e tu non fai nemmeno in tempo ad alzarti per prendere in mano la situazione che un secondo dopo è tornato il sereno e come in un libro pop-up, giri pagina e la scena cambia: te li trovi vicini e composti, con le macchinine in pista a gareggiare come nulla fosse, affiatati come Baggio e Schillaci ai Mondiali ’90.

Perdonare, e andare a capo

Sono splendidi gli uomini, penso.

Ho sempre invidiato questo loro modo di lasciarsi le cose alle spalle, di ferirsi fino a farsi male per poi cominciare da capo, senza inutili rancori e sterili strascichi.
Vuol dire andare avanti, vuol dire guardare oltre. Vuol dire seguire l’istinto primordiale e allo stesso tempo vedere al di là delle cose.
Azzerare. Andare a capo.

Quante volte nella vita avrei voluto saper andare a capo.
Perdonare senza cicatrici, senza il sorriso a denti stretti di chi lo fa con la testa ma non con il cuore.
Se le donne avessero avuto questa dote avrebbero il mondo in mano.
Così queste cose le capisci tardi e pensi a quante volte ti sarebbe servito nella vita essere stata un maschio.

Avresti vinto di più, ottenuto di più, costruito di più. 

Quante altre cose avranno da insegnarmi questi figli, quante altre cose vedrò attraverso i loro occhi, lenti di ingrandimento su una vita che pensavi di conoscere e ritrovi cambiata, sguardi riflessi, luci sconosciute. 

Piangono. Si sono fatti male, stavolta.
Mi butto indietro e guardo il cielo. Arrangiatevi ragazzi miei, arrangiatevi. Io guardo le nuvole.