Nessuna violenza sulle donne è uno slogan che ormai sentiamo ripetere da anni, ma purtroppo i casi restano ancora molti. Per quanto ci si indigni e si proclami che non è giusto, che è una vergogna che deve finire, questa fine non è ancora arrivata.

Paura

Nei miei quasi trent’anni di attività professionale ho incontrato (ed incontro) parecchie di queste donne offese e violate, sia fisicamente che – cosa anche più grave – psicologicamente.

Arrivano tutte nel mio Studio, sempre accompagnate da persone di loro fiducia (la mamma, la sorella, un’amica – perché da sole è troppo difficile, ci si vergogna troppo) accomunate dallo stesso sentimento: la paura.

Paura per se stesse, per quello che sarebbe potuto accadere se lui, il loro aguzzino, avesse saputo che finalmente si erano risolte a denunciarlo.
Paura anche per quello stesso uomo, per cosa gli sarebbe successo a seguito della loro denuncia.

Più di qualcuna finisce il suo racconto con una parola per me agghiacciante, sotto vari punti di vista: “poverino”
Poverino lui, che dopo averti massacrata di botte o manipolata mentalmente fino ad annientare ogni tua volontà, sarebbe ora dovuto passare per le mani della giustizia. La giustizia vera, quella che fino ad allora tutte avevano cercato di ottenere con il ragionamento o la persuasione

Pamela

Ricordo una mia cliente che, dopo aver riportato addirittura la frattura della clavicola per le botte prese, era restia a procedere giudizialmente perché, diceva, “quando lui non beve, mi vuole bene”.

Anche recenti casi di cronaca hanno reso evidente questo atteggiamento, purtroppo deleterio.

Pensiamo alla giovane Pamela di Macerata, che nonostante volesse la sua libertà, è stata vista insieme al suo (presunto, il procedimento è ancora in corso) carnefice, quel nigeriano che poi l’ha fatta a pezzi e chiusa in due valigie.

Jessica

O ricordiamo Jessica, bellissima e biondissima diciannovenne di Milano, che voleva affrancarsi da un passato troppo avaro con lei, andando a stirare le camicie da colui che poi, ossessionato dal volerla possedere, le ha inferto, di fronte al suo rifiuto, circa una quarantina di coltellate…
E pensare che la decisione di andarsene da quella casa lei l’aveva presa. Poi, non aveva potuto salire sull’auto dei Carabinieri perché non poteva entrarci anche il suo amato cane.
Così ha preferito tornare dentro quella casa, nonostante tutto, per paura di rimanere in mezzo alla strada, pensando a quali brutture le sarebbero potute succedere.

Ma al di là di questi casi eclatanti, che rappresentano il tragico epilogo di una violenza altrui, molte sono le donne che ancora oggi subiscono. Sperano che la situazione migliori, fiduciose che sapranno calmare il loro uomo “che è fatto così, ma in fondo mi vuole bene”.

Rosa Parks

Mi viene in mente la figura di una grande donna, esempio di un coraggio inusuale per i suoi tempi: Rosa Parks, modesta sarta di colore.
1° dicembre 1955: con il suo netto rifiuto a cedere il posto su un autobus a un uomo bianco cambiò per sempre la storia dei diritti civili.

Accadeva in Alabama e lei fu arrestata per condotta impropria, per non aver rispettato il divieto che obbligava i neri a cedere il posto ai bianchi nei settori c.d. comuni.

Il suo fu un atto coraggioso, in seguito al quale si avviò una protesta storica.
Il 13 novembre 1956 La Corte Suprema degli Stati Uniti dichiarò fuorilegge la segregazione razziale sui mezzi di trasporto pubblici, poiché giudicata incostituzionale.

Questo significa che solo il coraggio porterà la parola “fine” alla violenza sulle donne, anteponendo la propria dignità a giustificazioni paradossali, incredibili, forse e prima di tutto alle orecchie di chi le pronuncia.

Perché, come avrebbe detto Rosa Parks, “Non devi aver paura di ciò che fai, se sai che è la cosa giusta”.