Si nasconde dietro le gambe della mamma quando entra nel mio Studio.
Personalmente disapprovo quando le clienti si fanno accompagnare dai figli minori – quasi a dimostrare, almeno talvolta, un assurdo sodalizio.

Intesa fatta di sguardi

Non avevo nessuno a cui lasciarla” – si giustifica la madre, mentre intercetto una mia collaboratrice affinché faccia razzia di evidenziatori e matite e distragga la piccola.

Lucia (nome di fantasia), quattro anni,  mi guarda con gli occhi di chi non sa dove si trovi: non ci sono giostre qui, né giocattoli, né vestitini da provare.
Le sorrido, la guardo rassicurante: non corri alcun pericolo qui, anzi! È subito intesa: un patto tacito tra me e lei, senza parole, fatto solo di sguardi.

Appena mi chiudo nella mia stanza con la madre, questa cambia aspetto: rossa in volto, sguardo deciso e duro, con voce agitatissima quasi mi urla “a quel coso lì gli deve togliere tutto…non deve vedere neanche più la bambina”.

Mi dà l’impressione che, più che un avvocato, stia cercando un killer!

Le rispondo, con calma, che il coso sarebbe l’uomo al quale lei è corsa incontro tempo fa in abito bianco svolazzante, con il cuore che batteva all’impazzata.
Ma, cosa ben più importante, quel coso è il padre di sua figlia, è il papà di Lucia, che sicuramente lo ama e al quale mai vorrebbe che nessuno facesse del male.

Quando un matrimonio o un’unione finiscono, molti sciaguratamente confondono il rapporto relazionale tra due persone adulte – che cessa perché non ci si ama più o per altri mille motivi – con quello genitoriale, che invece unisce quelle stesse due persone “finché  morte non le separi”.

La vera cliente

I genitori devono assolutamente trovare un equilibrio civile e rispettoso,  prima che per se stessi soprattutto per non violare un fondamentale diritto dei figli: quello alla bigenitorialità.
Un bambino ha il diritto, legislativamente sancito e tutelato, di avere rapporti significativi, affettivi, sociali e quant’altro, tanto con la madre che con il padre, oltre che con i rispettivi rami parentali.

E io sono qui per difendere quel diritto… È Lucia la mia vera cliente!

Affidamento condiviso

Il c.d. affidamento condiviso della prole è la regola, stabilita con la Legge 8 febbraio 2006 n. 54,  e quindi ci si deve adoperare in tutti i modi affinché lo stesso si realizzi in maniera efficace per i minori, “volando sopra” le questioni personali dei due adulti separandi – spesso fatte di recriminazioni, rispettive accuse, tradimenti e brutture di ogni genere.

I figli nulla c’entrano con questa realtà, che va gestita separatamente senza un loro coinvolgimento, perché anche il peggiore dei coniugi non è detto che non sia comunque un bravo genitore.

Persino ad un genitore carcerato non è detto che debba essere negato l’affidamento del figlio, in condivisione con l’altro genitore, perché l’aver commesso un reato non significa automaticamente essere un soggetto spregevole come padre – o come madre.

Affidamento esclusivo

Certamente ci sono casi in cui il c.d. affidamento esclusivo dei figli si impone, ma il legislatore non disciplina detta forma alternativa, lasciando che sia il Giudice a valutarne, in via eccezionale, l’opportunità e la concessione.
Questo usando sempre come punto di riferimento il bene del minore, individuando quale sia effettivamente la cosa migliore e più giusta da fare nel suo unico interesse.

Nelle ipotesi di genitore violento con i figli o con l’altro coniuge, con conseguenti gravi traumi per i figli, o di genitore con forti carenze sul piano affettivo per cause legate all’uso di sostanze stupefacenti o all’abuso di quelle alcoliche, è chiaro che il Giudice sarà chiamato a considerare con attenzione la forma di affido esclusivo all’altro genitore.

Sono casi limite, anche se purtroppo frequenti, e denotano delle gravi negligenze come genitore, nonché un suo disinteresse verso il minore che induce il Giudice ad escludere l’affidamento condiviso, ben potendo ipotizzare i danni che deriverebbero ai figli se fossero affidati ad entrambi i genitori.

Ma che padre è quello di Lucia? Da quel che sento raccontare dalla cliente lui ama la sua bambina, la accompagna all’asilo la mattina, gioca con lei al suo rientro a casa la sera, provvede alle sue necessità, la redarguisce se sbaglia, ma senza violenza, con fermezza.
È solo un traditore, uno che la moglie non la guarda più da tempo perché “ne ha un’altra fissa”, è disinteressato verso di lei, non la ama più…

Nella mia mente ho davanti gli occhi di Lucia… che ha diritto ai suoi genitori, i quali sono in crisi, da come sento, solo come coniugi.

Percorsi alternativi

Propongo pertanto alla cliente di iniziare con il marito un percorso di aiuto psicologico alla coppia, rivolgendosi al Consultorio di zona, dove potranno cercare di ricucire il loro rapporto, di ammettere i rispettivi errori e cercare di ripararli, per il bene della coppia – ma soprattutto per il bene di Lucia.

La cliente si è calmata, mi guarda sfinita, ma accetta di fare questo tentativo, di accantonare per il momento l’idea di separarsi, pronta a comunicare al marito questa iniziativa alternativa.
Alternativa che, anche se fallirà, ci si augura possa portare la coppia a un distacco coniugale forse meno traumatico, cercando di intaccare il meno possibile il rispettivo ruolo genitoriale.

Rimaniamo d’accordo che mi terrà aggiornata.
Mi ringrazia mentre apro la porta della stanza.

Lucia le corre incontro festosa con un disegno “multicolor” in mano.
La madre la prende in braccio e io la guardo, le sorrido e silenziosamente le dico: “ho rispettato il patto e spero che tutto vada bene”.