Sempre più spesso si sente parlare di Biohacking, tuttavia c’è ancora molta confuzione a riguardo: cos’è davvero il Biohacking e chi è il Biohacker?
Per sciogliere ogni dubbio abbiamo scambiato due chiacchiere sul biohacking con Matteo Cozzi, fondatore del blog Avocado Tree e del progetto Cyrcared.

 

Matteo, cos’è per te il Biohacking?

La definizione classica di biohacking è “l’arte e scienza di alterare l’ambiente esterno ed interno per ottenere il massimo della performance.” Trovo questa definizione estremamente calzante. Mi piace soprattutto il fatto che unisca la componente scientifica, che è alla base di ogni intervento, a quella artistica che implica una parte di sperimentazione. In particolare, la sperimentazione è su se stessi, infatti il biohacking si basa sul principio del DIY (Do it yourself), ovvero l’individuo è chiamato a informarsi e a utilizzare quelle informazioni raccolte per intervenire sulla propria biologia. Questo è rilevante soprattutto perché, per usare un termine scientifico n=1. Ovvero gli effetti di una determinata scelta, che possa essere alimentare o di un integratore sono del tutto suscettibili all’individuo. In altre parole, la stessa scelta può avere effetti radicalmente diversi su due persone.

 

Quali sono i migliori dispositivi di biohacking?

Il miglior dispositivo di biohacking è la natura. Negli ultimi anni, soprattutto in USA, il biohacking è entrato a far parte del mainstream. Questo ha portato a sviluppare interessi commerciali che a loro volta hanno creato integratori, prodotti e dispositivi. Lo trovo un eccesso. Per me il primo biohack è il ritorno alla natura: sole, contatto con la terra, mangiare semplice e locale. Il resto può essere un’aggiunta per raggiungere obiettivi eccezionali oppure per difenderci dalla tecnologia.
Se dovessi parlare strettamente di dispositivi, sicuramente occhiali blue blockers che proteggono dalle luci artificiali e luci rosse ed infrarosse per bilanciare la luce blu nella quale siamo immersi.

Quali sono i problemi principali derivanti dalla tecnologia?

Oggi siamo circondati da tecnologie che non esistevano poche decine di anni fa. La nostra biologia è estremamente sensibile all’ambiente e c’è da aspettarsi che qualsiasi cambiamento radicale possa esercitare un effetto negativo.
Le minacce principali -ma che nessuno prende seriamente- sono le luci artificiali e le onde elettromagnetiche nelle quali siamo immersi 24/7. Per quanto riguarda le prime, sappiamo che la luce blu, emessa dalle moderne luci LED e dagli schermi dei telefoni sopprime la melatonina, che è l’ormone del sonno ma anche un potente antiossidante. L’insonnia è un’epidemia dilagante ormai ma nessuno vuole unire i puntini. E uso il termine volere appositamente. Governi, aziende e persone comuni sono consapevoli dei danni ma non fanno niente i primi per questioni economiche e i secondi per pigrizia.
Stesso discorso vale per le onde elettromagnetiche di Wi-Fi e cellulari. Oggi siamo esposti ad un campo elettromagnetico miliardi di volte superiore a quello di appena 50 o 100 anni fa. Anche qui tutti sono consapevoli dei danni, ma vengono minimizzati per altri interessi.


Il biohacking è adatto a tutti?

Per me il biohacking può essere inteso come stile di vita. Un biohacker è una persona consapevole di avere un enorme potere personale per quanto riguarda la propria biologia e le proprie perfomance e decide di utilizzarlo. Al di la di piccoli interventi, il biohacker cerca di ottimizzare tutti gli aspetti della vita: alimentazione, luci, integrazione, sonno. L’obiettivo è massimizzare il potenziale umano.
In un certo senso siamo tutti biohacker nel momento in cui, ad esempio, scegliamo uno stile alimentare che ci fa stare bene o ci alleniamo. Le persone comuni potrebbero iniziare a pensare che anche in altri ambiti possono essere effettuate delle scelte consapevoli.

 

Come iniziare?

In realtà è molto semplice, ma non è facile. Semplice perché non richiede requisiti particolari se non la volontà. Non facile perché bisogna studiare prima di fare qualcosa e soprattutto è richiesta tanta sperimentazione. Purtroppo, la maggior parte delle persone vuole la pillola magica che gli permetta di ottenere tutto e subito, quindi, mancando questa pazienza di sperimentare molto spesso l’appello di chi divulga cade nel vuoto. Ma non è solo mancanza di pazienza, è anche mancanza di stimoli ad uscire dalla comfort zone. Molti dei cambiamenti da intraprendere influenzano il modo in cui le persone hanno vissuto per 40, 50 anni o più. Rompere le abitudini poco salutari è difficile, ed ancora di più sostituirle che abitudini migliori.