Siamo quello che mangiamo e quello che assimiliamo. Ormai è evidente e assodata l’importanza cruciale dell’avere un corretto stile alimentare, che sia in grado di essere una vera e propria strategia per una salute ottimale.
Nulla va lasciato al caso o improvvisato: siamo una macchina meravigliosamente complessa ed ogni ingranaggio ha bisogno di funzionare alla perfezione per permettere all’insieme – il nostro corpo – di lavorare al meglio delle proprie potenzialità.

Ogni singolo alimento che introduciamo è “informazione”. Informazione per le nostre cellule e il loro corretto funzionamento.
E, che si decida di seguire o meno una strategia sbilanciata sui grassi buoni – come sarebbe cosa buona e giusta 😉 – è utile avere alcune accortezze che, se tralasciate, rischiano di andare a compromettere la salute nonostante un’alimentazione apparentemente “sana”.

Abbiamo scambiato due chiacchiere, e con molto piacere, con la biologa nutrizionista Ethel Cogliani, da noi molto stimata per il suo approccio nell’affrontare e gestire le patologie autoimmuni.
E abbiamo scoperto l’importanza degli amidi per un corretto funzionamento del surrene – o ghiandola surrenale – organo che rilascia il cortisolo, ormone dello stress.
Chi infatti non è stressato e non si sente in qualche modo preso in causa? 
Bene, vediamo quindi insieme quali sono le dinamiche che interessano direttamente – e indirettamente – la ghiandola surrenale e come gli amidi siano un valido alleato della salute di quest’organo così importante.

Dott.ssa, cos’è il surrene e come funziona?

Il surrene è una ghiandola centrale per il corretto funzionamento del nostro corpo. Esso è predisposto al rilascio di tutta una serie di ormoni utili proprio nella gestione della risposta combatti-fuggi – come il cortisolo, l’adrenalina, la noradrenalina – e negli equilibri idrosalini, come l’aldosterone.
Quando il corpo subisce un qualsiasi tipo di stress – chimico, fisico o psicologico – il surrene attiva tutta una serie di risposte volte a sopperire al momentaneo disequilibrio.
È molto importante capire bene cosa il corpo definisce stress, altrimenti non riusciamo a comprendere perché, facendo determinati cambiamenti – nell’alimentazione ad esempio – otteniamo anche cambiamenti a livello di umore, percezione, lucidità, attenzione. O come alcuni cambiamenti nello stile di vita come ad esempio la qualità del sonno, possano influenzare la digestione.
Infatti il problema sorge nel momento in cui quella che è un’emergenza si tramuta in una condizione “naturale”: stress ovunque ci giriamo, dal traffico alla gestione di lavoro e famiglia… tutto sembra andare a rotoli e non riusciamo più a capire il perché ci sentiamo così!

Quando il meccanismo rischia di incepparsi?

Il corpo è predisposto per gestire anche grandi stress, tuttavia di breve durata: la nostra fisiologia si è sviluppata in un ambiente in cui dovevamo scappare dai predatori. Avevamo quindi una richiesta massiva di risorse, ma questa richiesta si esauriva abbastanza velocemente. L’ambiente in cui viviamo dà invece tanti piccoli stress continui: ci sfinisce un po’ alla volta senza che ce ne rendiamo conto. Questo determina l’esaurimento progressivo della risposta del corpo agli input, e determina una progressiva incapacità a gestire qualsiasi cosa. Si saturano i meccanismi di regolazione.
Diciamo che questi meccanismi si inceppano quando tiriamo troppo la corda e magari ci accorgiamo tardi di aver esagerato con le richieste verso il nostro corpo – nonostante magari ci stesse già comunicando da tempo che non ne poteva più!
Mediamente questo accade quando ci diamo priorità che non coincidono con noi stessi: tutto viene prima di noi, prima del nostro recupero, del nostro riposo. E come ho sempre cercato di far capire a tutti i miei pazienti, c’è un principio fondamentale a cui si attiene il corpo: se non gli si dà il tempo di recuperare… poi alla fine in qualche modo sarà lui a prenderselo! E come se lo prende? Facendoci ammalare e costringendoci a letto. Molto banale, e allo stesso tempo difficile da capire in una società iper-stimolante e ultra-richiedente in cui tutto viene prima di noi.
Ecco perché ogni tanto faccio domande a bruciapelo ai miei pazienti come “chi è la persona più importante della tua vita?”. E le risposte più comuni sono sempre… mamma, papà, figli, marito/moglie.
Tuttavia la persona più importante della nostra vita siamo NOI. Se noi stiamo male tutti intorno a noi stanno male: non esistono quindi priorità al di sopra del desiderare di stare bene.

Come possiamo supportare il surrene?

Le strategie che si possono attuare in una situazione di sofferenza surrenale sono diverse e la scelta dipende dalla gravità della situazione del nostro surrene. Più è grave più dobbiamo adottare determinate accortezze. Io divido gli interventi che si possono avere in uno squilibrio ormonale in 3 tipi: sostegno, stimolazione, eliminazione.
Per sostegno intendo il classico intervento medico con ormoni sostitutivi allo scopo di colmare la carenza che ci potrebbe essere a livello ormonale. Questo è un intervento che può dare risultati quasi immediati, tuttavia con il tempo l’effetto tende ad esaurirsi perché non risolve direttamente il problema, lo tampona solamente.
Per stimolazione invece intendo trattamento con erbe che vanno a modulare e, appunto stimolare, la produzione di specifici ormoni. Questo ha un effetto abbastanza buono, ma quanto alla fine puoi stimolare un cavallo morto per farlo avanzare? Insomma, soprattutto quando il sistema è già in fase di esaurimento può essere controproducente, magari dare un piccolo miglioramento momentaneo per poi avere un crollo peggiore successivamente.
Per eliminazione intendo eliminazione degli stimoli negativi. I giovani oggi direbbero “scialla”, gli yogi “oooohhhmmmm”, i romani “sti caxxi”: insomma, imparare a ridurre gli stimoli negativi, mangiare bene, prendersi il proprio tempo, ridurre le stimolazioni luminose, darsi delle priorità. Sembra banale ma se pensiamo al surrene come ad un mulo carico e stanco, la cosa migliore non è frustarlo per farlo andare più veloce, bensì togliergli un po’ di zavorra.
Mediamente le indicazioni date durante i colloqui sono volte proprio a questo terzo punto, ovviamente nell’ottica che, se è necessario un intervento medico temporaneo allo scopo di sostenere un processo abbastanza lungo, è sempre il benvenuto.
Uno degli strumenti che uso per sostenere il surrene durante la fase di recupero è l’inserimento di amidi nella seconda parte della giornata. Il surrene è avido di carboidrati – soprattutto se non sta bene – e sceglierne adeguatamente la fonte è fondamentale. Partendo dal presupposto che non possiamo considerare carboidrati buoni pane pasta pizza pastarelle zucchero industriale e altre amenità alimentari che troviamo al supermercato, è opportuno attingere a frutta e amidacee, cercando di seguire le esigenze del nostro intestino. Insomma, è un equilibrio molto delicato.
Questo è anche facile da osservare: quando siamo arrabbiati o emotivamente presi da situazioni difficili, per lo più prediligiamo cibi molto dolci. Questa richiesta massiva di zuccheri  è un messaggio forte e chiaro dal surrene: li richiede per far fronte all’enorme fatica a cui è sottoposto. E una delle sensazioni più comuni che lamentano le persone con problemi surrenali è proprio una necessità di cioccolato o altre schifezze più o meno dalle 17 in poi.

Dove troviamo gli amidi “migliori” per coccolare il nostro surrene?

Gli amidi che uso maggiormente sono riso e patate dolci, sporadicamente patate, ancora più raramente topinambur e platani in quanto frutti esotici che possono essere mal tollerati da chi non è abituato. Ovviamente anche verdure con un buon contenuto di amidi come carote, zucchine, bieta, zucca. Il limite di solito viene dato solo dalla sensibilità personale verso questi alimenti.